Gaetano Marzotto: «Il vino è uno stile di vita sfida per i produttori, ma anche opportunità»

Il presidente del gruppo Santa Margherita: profonda trasformazione del consumo, occorre rafforzare il racconto dei territori e del loro fascino 

«Il vino sta sempre più diventando uno stile di vita. I consumatori si informano sulle caratteristiche dei prodotti, ne valutano l’impatto sulla propria salute, si informano sulle tecniche di produzione. Inoltre tra i giovani costretti in casa dai lockdown si fanno prove sugli abbinamenti e si condividono i risultati sui social network per scambiarsi opinioni. Insomma, siamo alle prese con una profonda trasformazione del modo di consumare vino, uno scenario che mette alla prova noi produttori, ma ci offre anche nuove opportunità per crescere». Gaetano Marzotto, presidente di Santa Margherita Gruppo Vinicolo di Fossalta di Portogruaro, guarda con ottimismo al futuro del settore dopo un anno molto difficile segnato dalla pandemia.

Iniziamo dall’attualità: come sta andando il settore?


«I primi mesi del 2021 sono stati in continuità con il 2020, date le chiusure generalizzate nel canale horeca, ma l’avanzamento della campagna vaccinale fa ben sperare. In Florida, Texas e California, per citare tre mercati che conosciamo bene perché sono tra i più importanti per il nostro export, la ripresa in questo settore è già evidente; in Europa siamo più indietro, ma basta vedere quanta gente in questi giorni popola i locali all’aperto per capire quanta voglia c’è di stare assieme e consumare in convivialità».

Quindi siamo a un nuovo passaggio di testimone, questa volta dal canale domestico al canale della ristorazione?

«Ci vorrà ancora del tempo per le riaperture generalizzate e in ogni caso non credo che conti più di tanto il canale di consumo per i conti delle aziende, almeno quelle che possono contare su una buona diversificazione dei prodotti».

Quali sono allora le sfide principali?

«Riuscire a tenere il passo dell’evoluzione dei consumi. Negli ultimi anni è cresciuta sensibilmente l’attenzione alla genuinità dei prodotti, alle tecniche utilizzate per le coltivazioni e la distribuzione, ai benefici per la salute di tutto ciò che mangiamo e beviamo».

Per questa ragione avete investito molto nella sostenibilità? Avete mai provato a calcolare il ritorno degli investimenti in questo campo?

«Una stima precisa dei benefici sull’immagine aziendale e il gradimento verso i nostri prodotti non è possibile, ma il tema della sostenibilità non è per noi questione di green washing né una moda passeggera: abbiamo raggiunto l’autosufficienza energetica da fonti rinnovabili già da un decennio, grazie a un impianto fotovoltaico di 2 mila metri quadrati che occupa il tetto della cantina di Fossalta di Portogruaro; la maggior parte dei nostri vigneti è a conduzione biologica; da sette anni rinnoviamo il programma di carbon neutrality più vasto mai compiuto da una cantina italiana; le bottiglie dei nostri vini vengono realizzate nella vetreria a pochi passi dal cuore della vinificazione, evitando così trasporti a vuoto. Un buon vino nasce obbligatoriamente in un ambiente sano».

Questo nuovo approccio potrebbe avvicinare più giovani, che magari oggi preferiscono altri alcolici, al vino?

«Mi sembra che una riscoperta sia già in corso. I giovani e giovanissimi sono molto creativi: sperimentano gli abbinamenti, ne condividono i risultati con gli amici, chiedono informazioni ai produttori. Insomma, sono sempre più spesso dei wine lover, con grandi conoscenze in questo campo. A loro, ma non solo, guardiamo con il decollo della piattaforma di commercio elettronico, che oggi vale solo una piccola parte delle vendite totali, ma che cresce velocemente».

Parliamo un po’di voi. Come state affrontando la crisi pandemica?

«Il 2020 si è chiuso con un fatturato di 172 milioni di euro, in calo del 9% rispetto all’anno precedente, con la Gdo che in parte ha bilanciato il crollo dell’horeca. Verosimilmente questo esercizio vedrà un ritorno ai livelli pre-Covid, a meno di sorprese negative sul fronte sanitario. Gli Stati Uniti sono il mercato che oggi sta andando meglio: in ogni caso, il fattore di esportare in 95 Paesi ci offre la possibilità di ridurre la dipendenza dalle situazioni che caratterizzano una singola area».

Quest’anno festeggiate i 60 anni del vostro iconico Pinot Grigio. Avete previsto iniziative in merito?

«L’incertezza pandemica suggerisce prudenza su questo versante. Di certo c’è che questo vino non passa mai di moda. Il suo carattere è unico, inimitabile. Il gusto delicato e fruttato, con stuzzicanti aromi floreali e agrumati, lo rendono un abbinamento perfetto con la gastronomia mediterranea, ma anche con quella fusion. In particolare la sua leggerezza piace molto ai consumatori anglosassoni, che non hanno l’abitudine di bere vino su base giornaliera: lo fanno soprattutto nel week-end e scelgono questo vino perché aiuta ad assimilare».

Su cosa puntate allora per convincerli a scegliervi?

«Stiamo rafforzando i contenuti del racconto che accompagna i nostri vini. Non si tratta solo di acquistare un prodotto, ma di entrare in contatto con l’autentico stile italiano, con i luoghi di fascino della nostra Penisola, dalle ville del Veneto alle cime delle Dolomiti. Questo è possibile non solo agendo sulla leva del marketing, ma anche con un’attenzione estrema alla qualità e assicurando un prezzo accessibile».

Sempre più in ambito imprenditoriale si ragiona con un’ottica di filiera. Lo fate anche voi?

«Al di là della produzione di bottiglie, affidata alla Zignago Vetro, la vetreria di famiglia situata a pochi metri dalla cantina, manteniamo da tre generazioni stretti rapporti di filiera con i piccoli produttori agricoli, proprietari di terreni anche di soli due o tre ettari. Questi accordi offrono loro la garanzia dell’acquisto di tutte le uve prodotte, anche quando i cicli di mercato sono negativi. Al contempo noi riusciamo a mantenere il controllo dell’intera filiera produttiva: dalla potatura alla vendemmia, tutto viene seguito attentamente dal nostro staff tecnico, riuscendo così a portare e a trasferire le tecniche più innovative anche nei vigneti dei borghi più remoti. Si tratta di una filiera sostenibile volta a riconoscere in primis il valore e il ruolo che i piccoli produttori svolgono sul territorio». —