Usura, Cgia: a rischio 12 mila imprese in Veneto, il Governo potenzi le risorse del "Fondo di prevenzione"

L'area più a "rischio" è il Sud con 57.992 aziende in sofferenza (32,9% totale), poi il Centro (44.854, 25,4%), il Nordovest (43.457, 24,6%) e infine il Nordest (30.070, 17%)

VENEZIA. Sono 176.400 le imprese italiane che si trovano in sofferenza e una su tre è al Sud. Roma, Milano, Napoli e Torino sono le realtà territoriali più in difficoltà. Si tratta rileva la Cgia in una nota di società non finanziarie e famiglie produttrici che sono state segnalate alla Centrale dei Rischi della Banca d'Italia e per questo non possono accedere ad alcun prestito erogato dal canale finanziario legale, "rischiando quindi - si afferma- di chiudere o di scivolare tra le braccia degli usurai".

La Cgia spera quindi che il Governo potenzi le risorse del "Fondo di prevenzione dell'usura" e aiuti le banche a sostenere le imprese, specie quelle di piccola dimensione. A marzo scorso, Roma era al primo posto con 13.310 aziende, seguita da Milano (9.931), Napoli (8.159), Torino (6.297), Firenze (4.278) e Brescia (3.444).

Le province meno interessate sono quelle meno popolate: Belluno (360), Isernia (333), Verbano-Cusio-Ossola (332) e Aosta (239). L'area più a "rischio" è il Sud con 57.992 aziende in sofferenza (32,9% totale), poi il Centro (44.854, 25,4%), il Nordovest (43.457, 24,6%) e infine il Nordest (30.070, 17%).

In 22 anni di vita, l'importo medio di prestiti erogati dal 'Fondo' è stato di circa 50.000 euro per le Pmi e 20.000 euro per cittadini e famiglie. Dal 1998 al 2020, ai Confidi e alle Fondazioni lo Stato ha erogato 670 mln di euro che hanno garantito finanziamenti per un importo complessivo pari a circa 2 mld.

Sono poco più di 12.000 le imprese del Veneto che si trovano in sofferenza; precisamente 12.234. Parliamo di società non finanziarie e famiglie produttrici che sono state segnalate come insolventi dagli intermediari finanziari alla Centrale dei Rischi della Banca d’Italia.

Una “bollinatura” che, per legge, non consente a queste aziende di accedere ad alcun prestito erogato dal canale finanziario legale. Pertanto, non potendo beneficiare di liquidità, rischiano, molto più delle altre, di chiudere o, peggio ancora, di scivolare tra le braccia degli usurai.

Al 31 marzo scorso, nella nostra regione Padova è al primo posto con 2.500 aziende in sofferenza: subito dopo scorgiamo Vicenza con 2.465, Treviso con 2.197 e Verona con 2.144. Le province meno interessate da questo fenomeno, invece, sono quelle che, in linea di massima, sono le meno popolate: come Rovigo (con 746 aziende segnalate alla Centrale Rischi) e Belluno (360).

Dopo il crollo degli impieghi bancari alle imprese del Veneto avvenuto tra il giugno 2011 e lo stesso mese del 2020 (-30,4 miliardi pari a una contrazione del 30 per cento) (vedi Tab. 2), risulta altrettanto interessante verificare l’andamento registrato nei mesi successivi all’avvento del Covid. Tra giugno 2020 e lo stesso mese di quest’anno l’incremento è stato del +3,7 per cento.

Alle imprese venete gli impieghi vivi, ovvero al netto delle sofferenze, sono aumentati di 2,6 miliardi di euro. Purtroppo, da alcuni mesi a questa parte, pare di capire che sia in atto una frenata nell’erogazione del credito anche nel nostro territorio. Questo ci fa ipotizzare che, probabilmente, l’effetto innescato dalle misure introdotte dal Conte bis si stiano esaurendo.