“Lilium est” di Tenuta Sant’Antonio è il miglior Amarone d’Italia

Miglior Amarone e miglior vino del Veneto. A decretarlo è la guida “I migliori 100 vini e vignaioli d’Italia”. Un anno di primati il 2021 per l’azienda della Valpolicella che ha investito un milione e mezzo e punta ora sul vino biologico. 

COLOGNOLA AI COLLI. E’ un giglio il vino più importante di Tenuta Sant’Antonio. Il fiore simbolo di Sant’Antonio è stato scelto infatti per il nome – Lilium est (dal latino, appunto, “è un giglio”) – dell’Amarone che è stato decretato dalla guida “I migliori 100 vini e vignaioli d’Italia” (curata da curata da Luciano Ferraro e Luca Gardini) il migliore in assoluto (oltre che miglior vino del Veneto). Un anno di primati, quindi, per i fratelli Castagnedi, titolari di Tenuta Sant’Antonio, che hanno appena ottenuto questo importante riconoscimento, hanno speso la cifra più alta di sempre in investimenti, un milione e mezzo, compreso un centro per l’affinamento all’avanguardia, e si apprestano a superare i dieci milioni di euro di fatturato, con un +24% sull’anno precedente.

È una bella storia quella di questa famiglia, che dal 1995 ad oggi ha messo in piedi una delle più solide e brillanti realtà enologiche del panorama veronese pur lavorando “controvento”.

Prima hanno dovuto superare le resistenze di papà Antonio che, in qualità di socio fondatore della cantina sociale di Illasi, viveva come un tradimento il fatto che i figli avessero deciso di fare vino in proprio, salvo poi capire e diventare il loro primo tifoso ed incoraggiatore.

Tenuta Sant'Antonio

Poi hanno dovuto letteralmente partire da zero per attrezzare una collina sui Monti Garbi, tra Mezzane e Marcellise, con strade, acqua ed elettricità, per lavorare i terreni e per produrre ottime uve. Infine, hanno dovuto smentire le ironie di chi diceva loro che a Colognola ai Colli, dove hanno sede, non si poteva fare un grande Valpolicella.

«Ma noi – racconta Armando Castagnedi – viviamo in Val d’Illasi dove una collina è terra di Valpolicella e l’altra di Soave. Noi abbiamo deciso di produrre e vendere entrambi ed il tempo ci ha dato ragione. Del resto, il successo di un mito come Dal Forno ha dimostrato che qui si può fare anche Amarone di grande qualità, altro che terra di nessuno».

Infatti, i Castagnedi stanno andando forte, dividendosi da buoni fratelli i compiti. Armando si occupa soprattutto di gestione e mercati esteri, che valgono il 70% del loro fatturato; Tiziano di logistica e mercato nazionale; Paolo è l’enologo che ama stare in cantina; Massimo l’agronomo che cura la campagna e la produzione.

Da sinistra, i fratelli Paolo, Tiziano, Armando e Massimo Castagnedi

E già si affaccia la nuova generazione, con figli e nipoti a spingere sulle novità e sul biologico. Una strada che peraltro è già stata presa da Tenuta Sant’Antonio, con il lancio della linea Télos, senza solfiti, biologica e vegana. E che, proprio pensando ai giovani, ha lanciato anche Scaia (“scaglia” in dialetto veneto, dalla particolare conformazione del terreno calcareo della zona), una linea moderna e fresca, che punta su vini rossi, bianchi e rosé, proposta anche dalla grande distribuzione.

Tenuta Sant’Antonio esporta in quaranta Paesi ed ha visto crescere in particolare i mercati statunitense, tedesco e scandinavo. È diventata una realtà da 1,6 milioni di bottiglie, 140 ettari e 50 dipendenti. Programmi per il futuro? «Mantenere una quota alta di investimenti in innovazione e sostenibilità – conclude Armando Castagnedi – lavorare duro con la passione di sempre e vincere altri premi, che sono un riconoscimento alla nostra qualità e fanno bene». 

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