La guerra in Ucraina adesso mette sotto pressione l’agricoltura veneta

Yann Avril

L’Ucraina è uno dei grandi granai mondiali, settima per esportazione (prima la Russia). Ma, tanto per capire, Kiev è anche prima in Europa per superficie a seminativo, prima al mondo per esportazione di girasole e olio di girasole, seconda per produzione ed esportazione di orzo, quarta per le patate, quinta per il mais. Quindi una grande realtà agricola. E infatti l’agricoltura è un target nel mirino delle contromosse non militari russe

PADOVA. L’Italia importa il 64% del grano per il pane e il 44% per la pasta. Il prezzo del grano sui mercati il 24 febbraio scorso, primo giorno di attacco russo all’Ucraina, era schizzato a quasi +10%, per poi attestarsi a +5,7, valore massimo da nove anni. Nel complesso, dalla Russia importiamo soprattutto gas e petrolio, macchine e apparecchi meccanici o elettronici; dall'Ucraina ghisa, ferro e acciaio, grassi e oli vegetali e/o animali e cereali.

L’Ucraina è uno dei grandi granai mondiali, settima per esportazione (prima la Russia). Ma, tanto per capire, Kiev è anche prima in Europa per superficie a seminativo, prima al mondo per esportazione di girasole e olio di girasole, seconda per produzione ed esportazione di orzo, quarta per le patate, quinta per il mais. Quindi una grande realtà agricola. E infatti l’agricoltura è un target nel mirino delle contromosse non militari russe.

Per fare un esempio, come ricorda Coldiretti, Putin ha deciso di imporre il divieto all’esportazione di nitrato di ammonio, prodotto fondamentale per la concimazione del grano. Il grano è una coltura autunnovernina, ed ora è tempo di concimazioni, e serve il nitrato d’ammonio. Una decisione che mette in difficoltà la produzione europea di cereali e anche le semine di mais (da aprile) e soia (da maggio). Sulle intenzioni di semina dei nostri agricoltori, i dati Istat, rielaborati da Veneto Agricoltura, indicano un leggero incremento del frumento tenero (+0,5% Italia, 500.000 ettari; e +2,2% nel Nordest, 248.400 ettari). In flessione nazionale il grano duro (-1,4%, 1.211.300 ettari), ma stabile a Nordest (+0,2%). Cresce l’orzo (+8,6%, 276.400 ettari) soprattutto nel Triveneto (+19,5%). Il mais era previsto in riduzione nazionale (-4,8%, 560.300 ettari) e ancor di più a Nordest (-6,7%, 235.000 ettari); ma per gli accadimenti bellici sembra ne sarà seminato molto di più a scapito della soia.

Capitolo concimi: sul quasi miliardo di euro di prodotto importato nel 2021, l'Ucraina incide per 55,2 milioni (pari al 5,6%) e la Russia per 64,6 milioni, il 6,6%. Percentuali non altissime, ma sufficienti per causare una riduzione generale della disponibilità di concimi sui mercati e conseguente ricaduta sui prezzi.

Va detto però che la guerra è arrivata in un momento in cui la tensione sui prezzi era già in atto; per il grano, in forza dello shock produttivo dello scorso anno in Nord America, per siccità, pandemia e altro. Tutto questo impatta a valle, prima sulle filiere dell’industria molitoria e mangimistica, poi fino a noi. Luca Vecchiato, storico panificatore a Padova, parla di «tempesta perfetta», un accerchiamento, aumenti di qua e di là. «Perché i molini – dice – anche loro in difficoltà, cambiano quasi quotidianamente il prezzo della farina; e la morsa si chiude con le altre voci: il burro, rincarato del 30% o le uova, del 15%. I costi del gas poi sono triplicati, e noi siamo energivori, ricorda. Costi che non possiamo e non vogliamo, almeno in questa fase, riversare sui clienti».

Stessa linea da parte dell’impresa dolciaria, impegnata con le colombe per la Pasqua. Dario Loison, che esporta da Costabissara in tutto il mondo, si ritiene fortunato perché aveva acquistato e stoccato le materie prime già l’anno scorso, per le produzioni natalizie. «Ormai è necessario essere intelligenti e veloci – dice – Anche perché fare analisi predittive con tutto quello che sta succedendo, dalla pandemia, alla siccità, alla guerra, è impossibile. A Natale è andata bene, abbiamo venduto anche in Russia e Ucraina, dove peraltro abbiamo appena spedito un camion di aiuti. Ma abbiamo dovuto incamerare i maggiori costi dovuti alle tensioni globali. Per il futuro, sottolinea, bisogna avere una “vision”, altrimenti non sopravvivi». Concorda Mauro Fanin, vicentino, ceo di Cereal Docks, uno dei principali player a livello europeo nella lavorazione delle materie prime per l’industria alimentare. E nell’analisi segnala che l’Ucraina non procederà quest’anno sia alle semine di mais e soia che all’indispensabile concimazione primaverile del grano. Ne deriveranno carestia locale e mancanza di prodotto sul mercato. Ma, ribadisce con forza, «il prodotto non manca e non mancherà a livello globale. Per i cereali che importavamo da Ucraina e Russia – dice - ora ci forniremo dal Brasile e altrove». —

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