La filosofia di Alessandro Benetton: “Ragazzi, ognuno di noi è quello che fa quando gli capita quel che non si aspetta”

Un’ora e mezza senza guardare l’orologio. Alessandro Benetton arriva all’Aula Magna "A. Lepschy" del Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione per presentare il suo libro, La traiettoria, ma soprattutto arriva per parlare con i ragazzi. È lì per loro, non concederà spazio per altro

PADOVA. Un’ora e mezza senza guardare l’orologio. Alessandro Benetton arriva all’Aula Magna "A. Lepschy" del Dipartimento di Ingegneria dell'Informazione per presentare il suo libro, La traiettoria, ma soprattutto arriva per parlare con i ragazzi. È lì per loro, non concederà spazio per altro. Osiamo con qualche domanda su Edizione e l’opa su Atlantia, Generali, la risposta è icastica: «Oggi si parla di giovani». Ed è quello il senso del suo esserci, non come un guru, ma come qualcuno che ha cercato di visualizzare per tutta la sua vita non una via qualsiasi, ma la traiettoria. «Quella linea che chiama a sé occhi e neuroni, chiudendo fuori tutto il resto. È la strada che porta a noi stessi».

«A volte ci dimentichiamo come eravamo noi quando ci cercavamo, perché a volte bisogna perdersi per ritrovarsi» dice. E aggiunge con l’intento di dare fiducia a questi ragazzi: «ognuno di noi è quello che fa quando gli capita quel che non si aspetta». I giovani devono abituarsi dice che l’instabilità, o meglio, «la discontinuità apre a momenti di grandi opportunità. Serve maggiore comprensione dal mondo degli adulti, ma non dimentichiamoci che le grandi cose, le cose importanti, vengono fatte spesso da persone sotto i 30 anni. I momenti di sblocco, l’uscita dalla zona di comfort, molte volte accadono dai momenti sfortunati, quando ci si sente meno sicuri di quello che si sta facendo. Al netto del fatto che la mia è una posizione di grande privilegio».

Benetton racconta la sua esperienza, a partire da quella regola che lui ha infranto sin da principio: voler essere qualcosa in più di un Benetton, voler essere prima di tutto Alessandro. E questo ha significato scegliere di avere qualcosa che gli appartenesse fino in fondo, qualcosa di suo. Il tarlo dell’imprenditore si manifesta subito e lo dice con chiarezza alla platea di universitari che lo ascolta. «Quando sono tornato in Italia, dopo il Master ad Harvard e il mio tirocinio in Goldman Sachs ho detto che non volevo lavorare nell’azienda di famiglia, avevo 25 anni».

L’annuncio viene accolto dalla madre come una mezza tragedia. Il Signor Luciano (così chiama suo padre) ad un tempo lo sostiene e lo ostacola, con la consapevolezza che per individuare la propria via, servono degli ostacoli. Così come nello slalom gigante quei paletti, mentre si scivola sulle lame a velocità straordinarie, sono contemporaneamente un impedimento e la traccia del percorso. La metafora è di Benetton, ne parla proprio nel suo libro.

GIOVANNI SAMARINI

E così 30 anni fa, era il 1992, nasce la 21 Investimenti, con il signor Luciano che lo stuzzica: «chissà che ci arrivi nel ventunesimo secolo». Benetton è un innovatore e lo sa benissimo: «Parlavo di un mondo che non esisteva: il primo fondo di private equity in Italia. Potrei sbagliarmi, mi dicevo, ma questa cosa va verificata. E vorrei dire anche questo ai giovani, quando si ha quell’età che avevo io quando ho iniziato, ero poco credibile, mi mancava l’esperienza. Ma avevo avuto una intuizione. Come le tante intuizioni che aveva avuto mio padre e i miei zii e anche loro non avevano tutte le risposte».

Alessandro Benetton: "A volte bisogna perdersi per ritrovarsi"

E così inizia tutto, il primo compagno di avventura è un giovane come lui, si chiama Andrea Bonomi, il finanziere poi diventato il timoniere di Investindustrial. E così poco dopo, oltre il primo fondo si raccoglie anche con il secondo, in Francia: «Ero partito. Non avevo ancora capito bene, ma ero già andato in Europa».

Il resto sono frammenti di una vita vissuta provando a rompere schemi. Da quando tornato da Harvard, laureato con un, allora sconosciuto, Michael Poter, mette in guardia dal business super florido dei marchi sportivi che il gruppo aveva (Tecnica, Prince, Rollerblade etc), che a valle avevano una distribuzione frammentata e dal rischio che qualcuno, ad un certo punto, potesse risalire la catena del valore e aggredire quel modello di business.

GIOVANNI SAMARINI

Allora il management non si convinse e il signor Luciano gli disse: «tra te e il management, scelgo il management». E via negli aneddoti: dalla grande esperienza in Formula Uno con il team vincente di Benetton e la scoperta del più grande pilota di sempre, Michael Schumacher, ai successi di 21Invest.

In mezzo il coraggio, quello che serve per infrangere le regole in una vita privilegiata, cercando non una via qualsiasi, ma la propria.