McDonald’s dice dasvidania, Geox resta ma ferma gli investimenti: tutte le incognite della grande fuga dalla Russia

Dal settore bancario, alle auto, alla moda. Calzedonia, Unicredit, Renault, Eni e Ikea. Chi va e chi resta e a che prezzo . 

MILANO. La grande M dorata lascia la Russia. E con lei anche altre grandi insegne simbolo dell’occidente come Ikea, Renault, Nokia, i grandi del lusso, da Lvmh a Kering, a Moncler. Certo c’è ritirata e ritirata. Il dasvidania di McDonald's ha i contorni del non ritorno. Il gruppo multinazionale della ristorazione vende infatti i suoi fast-food, dopo aver già tirato giù le saracinesche dei suoi 850 ristoranti in Russia con l'inizio del conflitto.

L'uscita di scena definitiva, operativamente ancora nella fase preliminare, prevede la cessione dei fast-food (circa l'80% di proprietà, gli altri in franchising) ad un compratore russo. Pochi i dettagli - se non che l'operazione costerà alla catena americana tra 1,2 e 1,4 miliardi di dollari di perdite. Anche se già circola un'indiscrezione: al posto del marchio a stelle e strisce potrebbe arrivare “Zio Vanja”, con un logo che però tanto ricorda i noti archi dorati. Si tratterebbe della 'V' di Vanya, un carattere scritto in cirillico, sempre in rosso e giallo, che rovesciato assomiglia molto alla 'M' McDonald's.

Ma oltre alla grande M anche Renault ha deciso di lasciare. Con un'operazione che di fatto si traduce in una nazionalizzazione degli asset della casa automobilistica francese da parte di Mosca. I russi rilevano il 100% della filiale locale di Renault e Nami (l'Istituto centrale di ricerca e sviluppo di automobili e motori, gestito dallo Stato russo) acquisisce il 67,69% di Avtovaz - la fabbrica delle famose Lada della fabbrica Togliatti sul Volga - dalla casa automobilistica di Boulogne-Billancourt. Che però si lascia aperta la porta per il futuro. L'intesa prevede infatti un'opzione di riacquisto da parte di Renault (15% nelle mani dello Stato francese), della partecipazione nell'Avtovaz, esercitabile a certe condizioni nei prossimi sei anni. Anche perché l'operazione è pesante: per lasciare la Russia non c'è un'altra opzione e per questa transizione i francesi incasseranno solo due rubli simbolici, uno per ognuna delle due cessioni - secondo le prime indiscrezioni del Financial Times.

La grande fuga non coinvolge chi, suo malgrado, ha deciso di mantenere su le saracinesche dei negozi. È il caso della Geox, che nella trimestrale spiega gli impatti del conflitto sui suoi conti. Le tensioni geo-politiche riguardanti Russia ed Ucraina, dice il gruppo della Scarpa che respira, stanno creando situazioni di forte crisi internazionale, umanitaria e sociale con forti impatti negativi prima di tutto per la popolazione, ma anche per la loro attività economica interna e per gli scambi commerciali nell’area. Geox ha riportato nel 2021 in questa area un fatturato di circa 56 milioni di euro (51 milioni in Russia e 5 in Ucraina).

In entrambi i Paesi il business è sviluppato principalmente tramite terzi, wholesale e franchising (al 100% in Ucraina e al 70% in Russia). “Alla luce di questi gravi accadimenti il Gruppo ha sospeso ogni nuovo investimento diretto in Russia, sta ritirando il management europeo, ha ridotto gli ordini da terzi ove possibile e sta gestendo la situazione nel breve periodo in modo da essere pronto a mitigare gli impatti di ogni decisione futura relativa alla propria presenza in Russia”.

La società è inoltre parte del progetto Golden Links promosso da Banca Intesa e Caritas Italiana e coopera attivamente con Protezione Civile e Ambasciata d’Ucraina in Italia per fornire beni di prima necessità, quali abbigliamento e calzature, alle popolazioni in loco e ai rifugiati in Italia.

Anche Calzedonia, altro gruppo veneto, con base a Verona, sta tenendo le saracinesche alzate per i suoi negozi.

Situazione più complessa per il settore bancario. Difficile andarsene, le due maggiori banche italiane, Unicredit e Intesa Sanpaolo, operative in Russia rispettivamente con 72 e 28 sportelli, stanno cercando di evitare i colpi. Presentato i conti del primo trimestre Intesa San Paolo ha rivisto l'outlook sull'anno in corso a causa dell'impatto dell'esposizione a Russia e Ucraina. L'istituto al momento stima un utile 2022 “oltre 4 miliardi di euro assumendo che non intervengano cambiamenti critici nell'offerta di materie prime/energia" e 'ben superiore a 3 miliardi anche con l'ipotesi molto conservativa di una copertura di circa il 40% dell'esposizione verso Russia e Ucraina, che implica il passaggio a Stage 3 (sono i crediti più rischiosi: inadempienze probabili e sofferenze) della maggior parte dell'esposizione.

Per quando riguarda Unicredit, invece, le opzioni della banca sulla controllata in Russia «sono molto influenzate dalla prossima ondata di sanzioni, da chi sono le controparti, da cosa possiamo fare, da cosa non possiamo fare», ha detto a Bloomberg Tv, il ceo del gruppo, Andrea Orcel che ha aggiunto: «allo stesso tempo non dobbiamo dimenticare che abbiamo 4.000 dipendenti in Russia e 1.500 aziende clienti». Qualunque sia l'esito, Orcel esclude che, nel peggiore dei casi, l'uscita dalla Russia comporti un ulteriore aumento di capitale, dopo i quasi 2 miliardi di euro di accantonamenti e svalutazioni effettuati nel primo trimestre.

«Dobbiamo ricordare che il 95% della banca non è in Russia. E non possiamo commettere l'errore di dedicare tutto il tempo alla Russia», spiega il manager «Abbiamo una 'situation room' completamente impegnata» nella gestione dell'esposizione. «Il resto del team è concentrato al 105% o 110% sulla gestione del resto dell'equazione».

Secondo indiscrezioni pubblicate dal Financial Times UniCredit e Citigroup starebbero valutando l'ipotesi di scambi di asset con istituzioni finanziarie russe per cercare - come stanno facendo gran parte delle banche occidentali - di uscire dal Paese senza eccessive svalutazioni delle loro operazioni.

Un'offerta sarebbe arrivata dal gruppo Interros, l'azienda di investimento di proprietà di Vladimir Potanin, oligarca che non è stato sanzionato da Stati Uniti, Regno Unito e Ue, che ha già acquistato Rosbank, filiale della francese Société Générale. Ma UniCredit, secondo quanto raccontato al FT, avrebbe rifiutato l'offerta. La banca italiana, tuttavia, ha continuato a discutere di vendere le sue attività russe a una manciata di istituzioni finanziarie non sanzionate - alcune delle quali stanno cercando di espandersi nel settore bancario russo - anche se, spiega ancora il Financial Times, nessun accordo è ancora vicino.

L’altro fronte caldissimo è quello delle società energetiche. L'Eni continuerà a pagare il gas russo in euro, come da contratto. Anche se nell'imminenza della scadenza della fattura di maggio, intorno al 20, e dopo che Gazprom bank ha chiuso i conti correnti su cui gli acquirenti hanno finora pagato le forniture, Eni ha avviato in via cautelativa la procedura di apertura temporanea di due conti - denominati K - uno in euro e uno in rubli.


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