Mancano i chip, Electrolux ferma per 6 giorni lo stabilimento di Porcia

La politica “zero Covid” cinese manda di nuovo in tilt la catena logistica. Stop alla produzione dal 20 al 26 maggio

 PORDENONE. Raddoppiano i giorni di stop produttivo alla Electrolux di Porcia: dai 3 annunciati a inizio settimana, si passa a 6. Lo stabilimento resterà chiuso dal 20 al 26 maggio compreso. A garanzia dei lavoratori addetti alle linee - circa un migliaio - il fermo sarà coperto dalla cassa integrazione.

Il conto definitivo non c’è, ma il bilancio è decisamente pesante per la fabbrica di lavatrici pordenonese, la prima a patire le difficoltà della catena logistica globale dopo la prima emergenza Covid, poi a scontare i problemi della indisponibilità di materie prime e componenti, e oggi a sostenere gli effetti della politica “zero Covid” cinese che ha paralizzato non solo la produzione in quel Paese ma ha anche provocato un congestionamento senza precedenti al porto di Shanghai.

A Porcia non arrivano le schede elettroniche - componente essenziale di lavabiancheria e asciugatrici - e quindi la produzione non può far altro che fermarsi. La carenza di chip, peraltro, ha colpito in passato anche altri stabilimenti del Gruppo come quello di Forlì, che produce forni, e di Solaro (lavastoviglie), meno Susegana che conta gli stop alle linee di quest’anno sulle classiche dita di una mano. A Forlì il problema che ha determinato gli otto giorni di fermo partiti il 18 maggio, è la sovrabbondanza di volumi: quindi magazzini pieni e pochi ordini. A Porcia invece gli ordini ci sono, mancano apparecchiature da consegnare.

Non solo carenza di chip quest’anno a Porcia. C’è stato prima il problema delle lamiere, poi dei cuscinetti - parti essenziali dei cestelli - oltre che di elementi in gomma e in plastica. Componenti che il colosso dell’elettrodomestico importa, molto dalla Cina e non solo. Il paradosso è che Electrolux possedeva buona parte della componentistica necessaria alla produzione di elettrodomestici (come non ricordare Ecc, Electrolux Componets Companies di cui facevano parte la Zml di Maniago, la Sole in Comina, la Zanussi elettromeccanica di Mel...) e aveva a disposizione l’intera filiera in un raggio di pochi chilometri. Poi l’avanzare della globalizzazione, il mutare della strategia del Gruppo - la concentrazione sul core business e la cessione delle attività ritenute non strategiche -, la ricerca di competitività anche attraverso la riduzione dei costi, l’emergere della Cina come fornitore globale a basso costo, il prezzo dei noli (ricordiamo che prima della pandemia spedire un container dalla Cina costava 2.500 euro, oggi siamo attorno ai 13 mila) hanno smantellato il “modello”, in fondo lo stesso dei distretti. Il Covid prima, e il conflitto in Ucraina poi, hanno sparigliato le carte generando gli effetti che pressoché tutti i settori produttivi manifatturieri stanno sopportando da due anni a questa parte. Quel che manca, oggi, è una soluzione.

e.delgiudice@gnn.it