Wear Me, l’azienda che chiude alle 16 e dove le dipendenti possono portare i bimbi al lavoro

L’azienda di Castelfranco Veneto produce fasce per portare i neonati e abbigliamento che le mamme possono indossare prima, durante e dopo la gravidanza. La founder Virginia Sciré ha deciso di adattare l’organizzazione del lavoro alle esigenze sue e delle sue dipendenti lasciando che queste lavorino da casa e in caso di necessità portino i figli al lavoro

CASTELFRANCO VENETO. La pandemia ha costretto le imprese a ripensare il loro modello organizzativo nell’ottica di una maggiore flessibilità e di un lavoro che per molti si è spostato dall’ufficio a casa. Una rivoluzione che oggi, con il Covid che si spera sarà presto archiviato a semplice sindrome influenzale, in qualche caso è rientrata, in qualche altro è divenuta strutturale. 

A Castelfranco Veneto l’azienda Wear me questa rivoluzione l’aveva varata ben prima che la pandemia si manifestasse, ascoltando le necessità delle proprie dipendenti di conciliare la vita privata con quella lavorativa, riconoscendo ad entrambe diritto di cittadinanza e di convivenza, senza gerarchie. 

Orari di lavoro alla tedesca, con il cartellino sull’uscio che da aperto volge al chiuso “già” alle 16, con la possibilità di lavorare in smart working e non ultimo di portarsi in ufficio i figli in caso di necessità. Perché l’ufficio, da Wear me, è una sorta di casa. Vi si respira relax, affiatamento, rispetto reciproco.

Così la founder Virginia Scirè, 44 anni, originaria di Ferrara ma naturalizzata a Castelfranco Veneto, due figli e una laurea in Economia in tasca, ha voluto caratterizzare l’azienda insieme alle sue due prime collaboratrici, «che sono più di due dipendenti – tiene a precisare – hanno letteralmente creato l’azienda con me». 

Oggi al lavoro ci sono loro tre e cinque collaboratori, 4 donne e 1 uomo, che lavorano in smart working permanente, chi dalla Puglia, chi da Madrid. Non si vedono quasi mai, ma il lavoro va alla grande, dopo un abbrivio non proprio semplice come racconta Sciré. Oggi fortunatamente con quel pizzico d’ironia che può concedersi conoscendo l’happy end. 

«Ho una laurea in Economia e durante gli studi ho sempre lavorato facendo un po’ di tutto, poi ho trovato lavoro in una società finanziaria dove sono rimasta fino a pochi mesi dopo esser diventata mamma. Nel 2008 è nato il mio primo figlio e appena tre mesi dopo l’azienda mi ha comunicato il trasferimento a Verona. Insostenibile per me: mio figlio aveva dei problemi di salute che richiedevano la mia presenza».

Così è maturata la difficile decisione di dimettersi. «All’inizio del 2009, quando lui aveva 7 mesi, penso a come ricollocarmi perché il lavoro è una essenziale di me, mi esprime, ma devo trovare il modo di lavorare da casa. Dopo averne parlato con mio marito, decido di aprire un piccolo negozio di Ebay investendo 500 euro proponendo abbigliamento per bambini. Passano due settimane e ho venduto tutto. A quel punto mi butto e vado avanti per due anni e mezzo».

Nel frattempo il piccolo di Virginia inizia a stare meglio, può andare all’asilo e così lei apre il suo primo ufficio. E’ il 2010. «Apro il mio primo e-commerce e assumo la mia prima dipendente, Tania, che è tutt’oggi con me». Nel 2013 Virginia diventa nuovamente mamma. «Arriva la mia seconda figlia e per continuare a gestire tutto, casa, bambino e ufficio, mi trovo a dover trovare il modo di tenere la piccola in braccio avendo però le mani libere. Provo la fascia e non la abbandono più». 

Come spesso accade la soluzione a un problema personale accende la miccia dell’iniziativa imprenditoriale. Così è anche per Sciré. «La fascia mi ha svoltato la vita. Ho iniziato ad informarmi dopo aver visto quando bene faceva a mia figlia, che piangeva meno, dormiva di più, senza contare il bene che faceva a me, mamma e donna. Nel 2015 apro quindi una community che parla di babywearing e in poco tempo raccolto migliaia di iscrizioni ed è lì che propongo le mie prime fasce. Mostro i disegni, raccolgo i preordini e poi me le faccio fabbricare da aziende italiane. Una formula che appare subito più sostenibile dell’ecommerce, tanto più che nel frattempo il mercato ha visto l’ingresso di big come H&M, non c’è più spazio per realtà piccole come la mia» continua Sciré che quindi chiude l’ecommerce e decide di aprire la sua impresa per produrre però non fasce, «anche quel mercato è già saturo, ma giacche per portare i bambini che si possano usare 4 stagioni, anche in gravidanza». 

Non è ancora fatta però. La banca cui chiede 15mila euro per aprire l’azienda le rifiuta il finanziamento. Fortunatamente L’imprenditrice non demorde. Nel 2018 apre la sua startup, propone ancora una volta il prodotto in preordine, ne raccoglie 100 sulla community e con i pagamenti mette in produzione i suoi primi prodotti. 

Con gli ordini arrivano i primi ricavi. Che crescono in misura esponenziale, anno su anno. Il 2019 chiude a 180 mila euro, il 2020 (nonostante il Covid che rischia di farla chiudere) a 370, il 2021 a 610 mila euro. I primi tre mesi del 2022? «Abbiamo fatturato tanto quando i primi sei dell’anno scorso» fa sapere ricordando che parte del successo si deve alla qualità dei prodotti, realizzati con tessuti naturali e fatti in modo da poter essere utilizzati a lungo: prima, durante e dopo la gravidanza. 

Oggi la community di Wear me conta su 50mila follower tra Facebook, Instagram e la newsletter, che seguono l’azienda per i suoi prodotti, ma anche perché insegna come portare i bambini e non ultimo perché è un’azienda femminile che tiene in fortissima considerazione le esigenze delle donne. E si prepara ad assumerne altre due. 

«Siamo state anche accusate di discriminare gli uomini, ma non è così – tiene a precisare la founder –. Assumere mamme per me, per noi, è un modo di creare valore, dando la possibilità a donne, mamme rimaste disoccupate durante il periodo Covid, di rimettersi in gioco. E poi la pratica del portare è ancora tipicamente femminile, anche se le cose stanno cambiando e non escludo in futuro di poter assumere anche uomini (uno, per altro, già lavora al marketing di Wear me). 

maura.dellecase@gnn.it