Ferroli a 500 milioni di ricavi, il fondo Attestor valuta l’uscita

Da sinistra Riccardo Garrè, Paola Ferroli e Alessandro Maroccolo all’inaugurazionei del nuovo centro R&D di Ferroli

L’amministratore delegato Garrè: «Nel 2022 stiamo migliorando un trend già buono Rivenderemo il Gruppo a 650 milioni». L’azienda veronese produttrice di caldaie e altri impianti di riscaldamento ha inaugurato il suo nuovo centro di ricerca. 

VERONA. Risanamento avvenuto per il gruppo Ferroli: «Quest’anno raggiungeremo probabilmente i 500 milioni di euro di fatturato», sono le parole di Riccardo Garrè, amministratore delegato dell’azienda veronese dal 2019.

La compagnia, produttrice di caldaie e altri impianti di riscaldamento, sette anni fa era sull’orlo del fallimento; già nel 2021, con la nuova gestione, ha raggiunto i 400 milioni di fatturato e un utile lordo di 44 milioni.

«Nel 2022 questo andamento positivo, dovuto agli incentivi e ai bonus ma anche alla nostra innovazione, sta ulteriormente migliorando» ha spiegato Garrè, presente il 21 giugno con Paola Ferroli e Alessandro Maroccolo (responsabile R&D) all’inaugurazione del nuovo centro di ricerca e sviluppo, nella storica sede di San Bonifacio, in provincia di Verona.

«Anche l’Ebitda salirà al 13%, ma può arrivare al 15% nei prossimi due anni», ha continuato Garrè. Ottimi risultati, quindi, per quanto riguarda la marginalità (l’Ebitda è infatti il margine operativo lordo).

La ripresa è stata possibile grazie all’intervento del fondo Attestor che nel 2015 ha iniettato 60 milioni di euro nelle casse dissestate della compagnia, e che ora possiede il 60% delle azioni mentre il restante 40% è ancora della famiglia Ferroli.

«Puntiamo a rivendere il gruppo (presente in 10 paesi in tutto il mondo e con 2116 dipendenti) ad almeno 650 milioni di euro: siamo leader in Italia per quanto riguarda i sistemi ibridi –alimentabili sia a elettricità sia a gas- con un 30% delle quote di mercato, davanti a giganti internazionali come Immergas e Daikin».

Tra i prodotti di Ferroli ci sono infatti, oltre alle caldaie tradizionalmente alimentate a gas, vari dispositivi elettrici: pannelli solari, impianti di climatizzazione, scaldabagni, bollitori, radiatori e le pompe di calore.

Da questi proviene il 50% dei ricavi totali (il 60% su quelli del 2022), un mercato che si va sempre più espandendo a causa della richiesta di fonti energetiche alternative al gas, per questioni legate alla guerra e alle esigenze ambientali. Si spiega anche così il sorpasso delle tradizionali caldaie che incidono ora solo per il 23-4% sul totale delle entrate.

Il nuovo centro di ricerca, ha spiegato ieri Maroccolo, va proprio in questa direzione, cercando di implementare nuovi modelli “green”: «Stiamo lavorando sia sul sistema ibrido che su uno a idrogeno. Un po’ lo impone l’Unione europea: entro il 2050 metà degli impianti di riscaldamento devono funzionare attraverso energia pulita (a zero emissioni di Co2), ma molto influisce la nuova sensibilità ambientale del cliente finale oltre a una competizione che si fa sempre più forte».

«Molte sono le fughe in avanti illusorie nel nostro settore, soprattutto per quanto riguarda i modelli a idrogeno, che attualmente non possono avere un uso domestico, ma solo industriale, in quanto manca un impianto adeguato di distribuzione. La strada da fare per raggiungere questi obiettivi rimane molta», ha commentato Paola Ferroli, presidente del consiglio di amministrazione: «Noi abbiamo fatto passi avanti velocissimi e per la prima volta, con la creazione di sistemi ibridi, noi italiani siamo arrivati prima dei tedeschi in questo campo».

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