Addio a Leonardo Del Vecchio, chi era il geniale fondatore Luxottica

Del Vecchio aveva 87 anni e lo stigma del vincente. Amava i disegni grandiosi. Provava gusto nell’infrangere i record. Voleva essere il migliore di tutti. Sembra il ritratto di un grande sportivo, Del Vecchio era un uomo con un intuito e una genialità con pochi eguali nel campo dell’industria. Quando Luxottica ha iniziato a correre come una furia, diversi anni fa, tutti si aspettavano uno stop prima o poi. Non si è mai fermata. Ora è il numero uno al mondo

AGORDO. È un giorno di una tristezza indescrivibile per l’industria italiana. Ma il vero tormento si sente lassù, sulle montagne bellunesi, in quel mare blu sorto dietro una villetta dove un uomo ha dato vita ad un vero miracolo italiano: Luxottica. Agordo, il centro del mondo di Big Lens.

Il cavalier Leonardo Del Vecchio si è spento il 27 giugno a Milano, al San Raffaele. Nelle scorse settimane c’era stata l’avvisaglia che qualcosa non funzionasse, l’assenza all’assise a Parigi di EssilorLuxottica, alcune voci sul suo stato di salute. Del Vecchio aveva 87 anni e lo stigma del vincente. Amava i disegni grandiosi. Provava gusto nell’infrangere i record. Voleva essere il migliore di tutti.

Sembra il ritratto di un grande sportivo, Del Vecchio era un uomo con un intuito e una genialità con pochi eguali nel campo dell’industria. Quando Luxottica ha iniziato a correre come una furia, diversi anni fa, tutti si aspettavano uno stop prima o poi. Non si è mai fermata. Ora è il numero uno al mondo. E Del Vecchio ha coronato quello che lui ha definito il sogno di una vita. Ne aveva ora un altro, un progetto monumentale: rifare di Generali la più bella compagnia di assicurazioni in Europa. Un sogno lasciato incompiuto? Questo si vedrà solo dopo. Oggi non resta che piangere quest’uomo straordinario che ha fatto tanto per l’industria italiana e per i suoi dipendenti, che lo hanno venerato, adorato e seguito. Come solo i veri leader sono capaci di farsi seguire.

Non si può comprendere chi sia colui che ha dato vita a una delle più straordinarie storie industriali di questo paese se non si capisce da dove sia partito. Un uomo che ha fatto dell’imperativo «lavoro, lavoro e ancora lavoro» la cifra del suo successo. Insieme a «mani, testa e pazienza». Del Vecchio, lo sanno tutti, e questo non ha fatto che accrescerne il mito, è cresciuto in orfanotrofio. La madre non poteva mantenerlo ed è stata costretta dalle circostanze a portarlo al collegio milanese dei Martinitt. Il giovane Leonardo ci resta fino alla licenza media. Poi inizia a lavorare mentre apprende ai corsi serali dell’Accademia di Brera design e incisione. 

«Crescere senza un padre è una cosa che si vive ma non si può raccontare», aveva confidato l’imprenditore a Tommaso Ebhardt (Sperling&Kupfer), autore della biografia appena pubblicata.

Inizia a lavorare a 15 anni va a lavorare come garzone alla Johnson, una fabbrica produttrice di medaglie e coppe, i cui proprietari lo spingono a iscriversi ai corsi serali all'Accademia di Brera per studiare design e soprattutto incisione. Quindi si trasferisce prima in Trentino e poi ad Agordo dove avvia una bottega dove realizza montature per occhiali.

Ed è qui che Leonardo Del Vecchio inizia la sua ascesa. La bottega diventa infatti una piccola azienda con una quindicina di dipendenti specializzata in minuteria per le occhialerie che negli anni 60 diventa, da terzista, a produttore di occhiali completi. 

Nel 1961, 71 anni fa, fonda la Luxottica. Comincia come terzista, è stato anche fornitore di Safilo (come noto al fato l’ironia non manca). Dieci anni dopo presenta al Mido il suo primo paio di occhiali a marchio Luxottica. Non si fermerà più. Le acquisizioni prima in Italia, poi negli Stati Uniti, entra nel mondo del retail, crea un sodalizio con Giorgio Armani, acquisisce Vogue, Persol e poi Ray Ban, e negozi: prima gli ottici Lens Craft, Sunglass Hut e ancora catene in tutto il mondo. Contemporaneamente arrivano Chanel e Bulgari, Prada, Versace, fino ad un portafoglio di circa 50 marchi.

Una cavalcata a suon di shopping societario e accordi di licenza, per creare su scala mondiale quella che fu la sua prima intuizione di allora: integrare tutto, verticalmente, da terzista a produttore di occhiali completi. Da produttore di occhiali a licenziatario di marchi, da licenziatario a brand globali propri, da distributore a dettagliante, dalle montature alle lenti, dalle ottiche ai negozi. Su fino in cima con la fusione con i francesi di Essilor e la nascita del gigante numero uno al mondo: EssiLux.

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The Big Lens, come lo ha soprannominato The Guardian, è l’epopea imprenditoriale di un uomo, con un’intelligenza fuori dal comune e un senso per il business incredibile. Lo chiamavano The genius, non per fargli un complimento, ma perché non c’è un’altra cifra per definire un uomo che nel business, dove ha saputo anche essere molto spietato, non ha mai lasciato un negoziato da perdente. EssiLux nel 2021, alla scadenza dei patti parasociali è diventata un’azienda con un solo importante azionista: la Delfin, la sua holding. Quando ci fu l’operazione a fine 2016 tutti credettero ad una cessione di sovranità. Non era così.

Questo è stato Del Vecchio: la sua azienda, la sua Luxottica. Lo dice e lo ridice nel libro pubblicato da Tommaso Ebhardt: “Non raccontate me, raccontate Luxottica è quella la mia storia”.

Luxottica è stata una apripista nelle relazioni industriali, ha dato vita ai piani di welfare aziendali più innovativi. Ha voluto rendersi appetibile all’esterno per essere in grado di attrarre i più bravi, ma lo ha fatto anche con un senso di restituzione di ricchezza. Il giving back è stato il senso dell’agire di Del Vecchio. E l’imprenditore poi ha sentito che qualcosa della sua fortuna andasse restituita anche al paese.

Leonardo Del Vecchio

Del Vecchio con la sua finanziaria Delfin ha sempre seguito il medesimo schema quando si trattava di affari. Scalare il mercato con le acquisizioni, che si tratti di settori, di geografia o di pezzi complementari del disegno di business che aveva nella testa. Fece quello che è stato fatto con EssiLux, molto prima con Foncièrs des Regions (Fdr), un disegno di acquisizione in una delle terre più ostili all’avanzata dei capitali esteri: la Francia.

L’unione tra Fdr e Delfin avvenne nel 2007, con il conferimento del 35% Beni Stabili (detenuto dalla holding dell’imprenditore) nella Siic transalpina. Ci fu un’offerta pubblica di scambio, al tempo qualcuno pensò che fosse terminata l’avventura immobiliare di Del Vecchio. Non accorgendosi che invece era solo l’incipit di un progetto molto più ambizioso. Del Vecchio e il deus ex machina di Fdr Ruggeri, dopo essersi legati in un patto di sindacato con scadenza 2012, iniziano a scontrarsi sulla gestione, sulla politica di distribuzione dei dividendi. E così, mentre la crisi avanza, alla ritirata del francese fa da contraltare la salita dell’italiano, sottoscrivendo un aumento di capitale cui invece Ruggeri non può aderire per mancanza di liquidi. Del Vecchio rastrella titoli e passa dal 18% a oltre il 29%.

Ruggeri abbandona la scena. Successivamente Beni Stabili e Fonciers des Regions sono riuniti in un grande gruppo immobiliare: Covivio. Quotato a Milano e Parigi, tra i primi due in Europa, 23 miliardi di asset in portafoglio, 1 miliardo di ricavi e 1,9 miliardi di investimenti nelle principali città europee. Non stupisce alla luce di questi numeri l’ingresso della sua Delfin nel Progetto Italia: è stato uno dei sottoscrittori dell’aumento di capitale da 600 milioni (ponendolo sotto il 2% di Salini-Impregilo). È per lo stesso schema di sostegno al Paese che entrò in Acciaitalia per rilevare l’Ilva commissariata, pronto con Cdp anche a rilanciare sul valore dell’offerta per vincere su ArcelorMittal. Oggi qualcuno si starà sgranocchiando i gomiti a pensare come sarebbe andata se si fosse accettato quel rilancio.

La holding Delfin ha oggi quasi il 20% di Mediobanca. Attraverso Piazzetta Cuccia vuole dare impulso a un grande disegno: la creazione di un campione della finanza, indipendente, di matrice italiana. Il suo sogno di restituire qualcosa al Paese, portare il modello di campione mondiale di Luxottica nella finanza italiana. Un campione che si chiama Generali.

Questo è il suo lascito, un sogno monumentale.

Il resto sono passaggi, più o meno duri da superare, Del Vecchio come tutti i grandi scalatori ha tracciato la via, ha piantato i chiodi nella roccia, ha mostrato la strada per la vetta. Qualcuno ora dovrà seguire quel percorso.