[L’analisi] Del Vecchio e la sua Luxottica: il sogno di una impresa-comunità

Diventa ora ineludibile quel passaggio generazionale che per la più grande impresa privata del Nord Est era da tempo all’ordine del giorno. Tuttavia, anche questo è un confine che Del Vecchio si era preparato a superare. La fusione con Essilor – nata in Francia come cooperativa di lavoratori e dove ancora oggi i dipendenti sono, di fatto, i principali azionisti – prospetta un modello di governance partecipativa che per certi versi richiama l’idea di impresa-comunità di Adriano Olivetti

Un ricordo personale di Leonardo Del Vecchio risale a trent’anni fa. Durante l’annuale meeting dei giovani industriali a Santa Margherita Ligure, questo imprenditore, allora noto per essere diventato il maggiore contribuente fiscale del paese, fu chiamato a portare la sua visione del futuro in un periodo in cui l’Italia stava attraversando una grave crisi economica, politica e morale. In mezzo alla concitazione di quel meeting le parole semplici, e ancor più l’atteggiamento discreto, ma determinato del presidente di Luxottica colpirono subito la platea.

Il mondo, diceva Del Vecchio, cerca e continuerà a cercare prodotti ben fatti, che aiutino le persone a vivere meglio con se stessi e gli altri: le imprese italiane hanno conoscenze e know-how per rispondere a questa domanda, purché trovino il coraggio di andare oltre i confini tradizionali. Non era un grande comunicatore.

Difficile trovare sue apparizioni televisive, discorsi pubblici, poche anche le interviste. Ma, come molti imprenditori eccellenti, Del Vecchio cercava di comunicare attraverso le sue azioni: dalla qualità dei prodotti, alla creazione dal nulla di un gruppo globale leader nell’occhialeria, fino alle ambiziose operazioni industriali e finanziarie. Un imprenditore davvero senza confini, ma con radici ben piantate nella cultura manifatturiera italiana.

I primi confini che Leonardo Del Vecchio ha voluto superare sono stati quelli di un settore, l’occhialeria, a lungo vincolato alla produzione di “protesi mediche” e che, grazie all’accordo con le principali griffe della moda e dello sport, diventa invece protagonista di un mercato molto più ampio.

I confini che Del Vecchio oltrepassa sono poi quelli nazionali. Luxottica inizia la sua espansione a livello internazionale già negli anni’80 con l’acquisizione di distributori indipendenti e l’apertura di filiali e joint-venture nei principali mercati esteri. Del Vecchio è consapevole che nella catena del valore dell’occhialeria la distribuzione gioca un ruolo fondamentale. Il rafforzamento del business retail prosegue nei primi anni duemila attraverso l’acquisizione di LensCrafters e poi Sunglass Hut, una delle maggiori reti commerciali nel mercato degli occhiali da sole, quindi OPSM Group, tra i principali attori del retail ottico in Australia e Nuova Zelanda, e di nuovo in Nord America con Cole National. Nel 2005 lo sbarco in Cina e l’espansione in altri mercati a elevato potenziale, in Europa, Medio Oriente, Sudafrica, India, Sudest asiatico e America Latina. Il gruppo arriva così ad occupare oltre 70mila dipendenti all’estero, di cui 40mila in Nord America, e 20mila nell’area del Pacifico.

Un terzo degli occupati nel mondo delle multinazionali venete è attribuibile a Luxottica. Dopo la fusione con Essilor nel 2018 e la successiva acquisizione di Granvision, Del Vecchio contribuisce alla creazione di uno dei maggiori gruppi industriali europei, con 190mila dipendenti (10 mila in Italia) e quasi 22 miliardi di fatturato.

Ma non basta.

Del Vecchio mostra che anche la distinzione tra prodotti tradizionali e tecnologie digitali può essere superata, favorendo l’accordo con Meta di Mark Zuckerberg per lo sviluppo degli smart glasses. Anche in questo si può cogliere il tratto insieme visionario e pragmatico di questo imprenditore, che non cerca l’innovazione in quanto tale, ma solo quando la vede utile per scopi umani, anche perché solo così sarà pronta per affermarsi nel mercato.

Con la scomparsa di Del Vecchio diventa ineludibile quel passaggio generazionale che per la più grande impresa privata del Nord Est era da tempo all’ordine del giorno. Tuttavia, anche questo è un confine che Del Vecchio si era preparato a superare. La fusione con Essilor – nata in Francia come cooperativa di lavoratori e dove ancora oggi i dipendenti sono, di fatto, i principali azionisti – prospetta un modello di governance partecipativa che per certi versi richiama l’idea di impresa-comunità di Adriano Olivetti.

Del resto, il rapporto con il distretto bellunese è stato fin dall’inizio una chiave del vantaggio competitivo di Luxottica. Un avanzato sistema di welfare aziendale e la cessione di quote azionarie ai dipendenti, negli ultimi anni, confermano la volontà di ancoraggio a questo territorio, straordinario patrimonio di conoscenze produttive e competenze distintive.

Si può dire che il capitale territoriale del distretto bellunese è stato impiegato, ma allo stesso tempo rinnovato, rinforzato e agganciato ai mercati mondiali grazie alla Luxottica di Del Vecchio. Ora che il suo fondatore non c’è più questo territorio deve riconoscere di avere una grande eredità, ma allo stesso tempo anche molte più responsabilità.