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Viaggio tra il popolo di Leonardo Del Vecchio dove la fabbrica supera la politica

La fabbrica di Luxottica distribuisce benessere a tutti e la politica non appassiona il sindaco: anche gli operai hanno la pancia piena, nessuno fa la faccia feroce

Paolo Griseri
5 minuti di lettura

BELLUNO. La Meloni qui? «Certo, prenderà voti perché è la novità. Ma, stia ad ascoltarmi: quello di Agordo non è un elettore arrabbiato. E sa perché? Perché ha la pancia piena». Roberto Chissalé è un signore ben piantato, camicione a quadri e sorriso contadino che accoglie gli ospiti in cima allo scalone di Palazzo Civico. Vorrei incontrare il sindaco… «Sono io, prego mi segua».
A giudicare dai risultati delle ultime politiche Agordo non sembra un posto tanto moderato: Lega al 32 per cento, Cinque Stelle al 22. Più di un agordino su due, quattro anni fa, aveva votato per Salvini o per Grillo. Non gente pacata…

«Questo è un errore di prospettiva», spiega il sindaco. Che da concreto organizzatore di cooperative per la raccolta del latte, la spiega così. «Una volta qui era tutta Dc. Poi sono arrivati i socialisti e i socialdemocratici, che avevano un certo successo. Con Berlusconi è esplosa Forza Italia prendendo il posto della Dc. E alla fine è arrivata la Lega».

Una Lega veneta, moderata. Una Lega dal volto umano. Perché non si fa la faccia feroce con la pancia piena.
Il benessere di Agordo ha un nome, un cognome e una data di nascita. Leonardo Del Vecchio, 1961. L’astronave Luxottica è atterrata sessant’anni fa nella capitale delle Dolomiti Bellunesi. Una fabbrica di cinquemila dipendenti in un paese di quattromila anime. Impossibile vivere qui senza lavorare nel capannone degli occhiali. Così anche quando ad agosto lo stabilimento chiude per ferie, i dipendenti li trovi dappertutto: nei bar, al mercato, nei negozi di piazza della Libertà. Non tutti sono fuggiti al mare sulla spiaggia di Lignano.
Qualcuno è rimasto addirittura al lavoro. Fuggono in fretta dalla grande fabbrica azzurra. Escono in auto perché ad agosto il servizio delle corriere è interrotto. Bisogna intervistarli al volo, dal finestrino. Per fortuna fa caldo ed è abbassato. Per chi voti a settembre? «Si vota a settembre?». Sì, elezioni nazionali: «Ah, non ci ho ancora pensato». Auto di cilindrata media, poche utilitarie. Si vede la “pancia piena” che racconta il sindaco.
Gli arrabbiati non mancano. Paola, 43 anni, arriva a piedi: «Scrivi una cosa sola: mi fanno schifo tutti». E allora? «E allora non voto, chiaro?». Magari cambierai idea, da qui a fine settembre di tempo ce n’è: «Non cercare di convincermi. Quel giorno spero che faccia caldo e andrò al mare».
Molti non rispondono alla domanda introduttiva: che cosa hai votato nel 2018? «Eh, è passato tanto tempo, non me lo ricordo più». Ti vergogni? «Preferisco non dirlo». Non lo rifaresti? «Ah certo che no». È fortissimo il sospetto che dietro i finestrini degli smemorati si nasconda una buona parte di quel 22 per cento che quattro anni fa aveva scelto il partito di Grillo. Supposizioni, naturalmente.
Non tutti hanno la memoria corta. Angelo, 47 anni, è orgoglioso del suo voto: «Nel 2018 ho votato Lega». E a settembre chi voterà? «Ah non lo so ancora». Tentato da Meloni? «Mah, non credo. Troppo estremista».
Per fortuna dell’intervistatore c’è chi esce a piedi. Scelta coraggiosa se non hai un amico che ti aspetta in auto fuori dal cancello. Raggiungere il paese, dall’altra parte del torrente, non è da tutti con questo caldo. Fabio, attrezzista di 35 anni, è uno dei fortunati con l’amico che lo aspetta. Si ferma volentieri a dire il suo punto di vista: «Sinceramente speravo che si sarebbe andati a votare l’anno prossimo. Pensavo che Draghi avrebbe resistito».

Pensavi o speravi? «Beh sai, non è che qui la gente sia insoddisfatta». Avete passato anche voi momenti difficili, duri, come il resto d’Italia: la pandemia non deve essere stata una passeggiata. «Nella pandemia quel che non ha fatto il governo lo ha fatto Del Vecchio. Un esempio? Ci siamo fermati, come tutti, per un certo periodo, e siamo stati messi in cassa integrazione. Ma in quel periodo la differenza in busta paga tra la cassa e lo stipendio normale l’ha integrata l’azienda. Capisci perché qui quelli davvero arrabbiati sono pochi?».

Per una curiosa vendetta della storia l’incubo del padrone buono, quello amato dagli operai che dunque non si ribellano, per un secolo ossessione della sinistra, rischia ora di colpire la destra di Meloni.
Ai tavoli della pizzeria Agordina, dieci passi dal municipio, Paolo e Giampiero, delegati della Fiom tra operai e impiegati della Luxottica, raccontano il difficile mestiere di sindacalista nella fabbrica del padrone buono. «Qui l’ultimo sciopero l’abbiamo fatto vent’anni fa». «Beh, fatto. Diciamo che l’abbiamo proclamato. Poi non si è fermato praticamente nessuno».

«Quel che mi colpisce questa volta – spiega Giampiero – è il gran numero di colleghi impiegati che mi dicono che non andranno a votare. Si dicono disgustati dalla politica. Penso che qui il partito dell’astensione raggiungerà livelli molto alti». Perché? «Perché qui la gente non ha bisogno della politica e i politici sono indifferenti a Luxottica». Paolo racconta i funerali di Del Vecchio, il 30 giugno, con la salma in fabbrica e i dipendenti schierati: «C’erano tutti, c’era il gotha dell’economia, e non c’era un politico. Per dire, non c’era nemmeno il presidente della regione, Luca Zaia, non c’era il ministro dello sviluppo Giancarlo Giorgetti».

Ma c’era, per il governo, il sottosegretario D’Incà.. «Bello sforzo, lui abita a Trichiana, a trenta chilometri da qui». Non c’è dunque da stupirsi se in tanti anni ai cancelli della grande fabbrica non si è mai visto un comizio politico: «Non è mai venuto nessuno. Come se la fabbrica e il suo azionista fossero una specie di luogo sacro, intoccabile. Ci ha provato, qualche anno fa, il solito D’Incà con un semplice volantinaggio. Ma con scarso successo».
La verità è che ad Agordo c’è stato per anni un solo sindaco e un solo capo partito. «È venuto qui, saranno stati due o tre mesi prima di morire. Era circondato dalla famiglia. Era il più anziano di loro ma si vedeva che era il più vitale, in realtà era il più giovane. Emanava un’energia plastica». La signora Roberta, giornalaia di piazza della Libertà, esibisce sul bancone, con orgoglio, i libri di Tommaso Ebhardt che raccontano la biografia dei Del Vecchio. Non nasconde la sua ammirazione per il patriarca defunto: «Aveva una casa là, in fondo alla via. Ha fatto tanto per il nostro paese».
Lo raccontano i sindacalisti: «Per i primi anni Luxottica ha assunto solo gente del paese e dei sobborghi. C’era una fortissima identificazione con il territorio. Quando hanno aperto alle assunzioni anche a venti, trenta chilometri, noi di Belluno venivamo trattati come terroni. Quando la Lega ha coniato lo slogan ‘Padroni a casa nostra’ ha colto in pieno la mentalità di questi posti». A un tavolo del caffè Miniere Paolo, operaio della Fim-Cisl, racconta la storia dell’ultimo tentativo di apertura al mondo della Luxottica di Agordo: «Avevano cominciato a far entrare in fabbrica giovani ungheresi e polacchi con contratti precari. Nel successivo contratto aziendale ottenemmo che dopo 24 mesi di precariato fosse obbligatoria l’assunzione. Così il numero dei precari calò rapidamente».

Un successo del sindacato? «Difficile far passare il concetto in fabbrica. I successi sono, quasi per definizione, di Del Vecchio. Ogni anno il premio di produzione si aggira sui 3.000 euro. Vai a spiegare che quei soldi sono frutto della contrattazione e non una generosa concessione dell’azienda».

Ma è vero che il popolo di Luxottica ha la pancia piena? «Beh un po’ è così. Non dico che ci siano gli operai con la Jaguar ma insomma. Lo stipendio base è di 1.400-1.500 euro netti al mese. Però se fai la notte arrivi a 2.000. E se lavori all’officina degli stampi puoi raggiungere i 3.000 euro netti». Perché l’operaio di quell’officina è tanto pagato? «Perché è un lavoro particolare e soprattutto perché Del Vecchio sentiva quello come il suo reparto. Lui in fondo aveva cominciato da lì».
Ad Agordo è così, cantava Claudio Baglioni: «Me lo ricordo Baglioni. Passeggiava per il paese con la Paola, la sua prima moglie. Una volta venne qui con De Gregori», racconta il sindaco. Diciamo la verità: alla Paola Agordo deve la sua notorietà nazionale prima dell’atterraggio dell’astronave Luxottica. Il tranquillo paese degli occhiali non è cambiato molto da allora. E anche la prevedibile piena Meloni passerà senza provocare particolari scossoni.

A meno che… «A meno che – dicono all’unisono i sindacalisti di Fiom e Fim – con il cambio al vertice non torni a frullare l’idea di trasferire la produzione da altre parti, in Cina per esempio, nonostante le crisi interazionali. Laggiù il costo del lavoro è più basso». Allora sì che sarebbero sfracelli. La pancia non sarà più piena e il voto di Agordo potrebbe premiare i partiti estremi. Morto il padrone buono, chi veglierà sulle Dolomiti Bellunesi? —
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