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Diadora cresce a doppia cifra: «Fatturato 2022 a 260 milioni»

Parla Enrico Moretti Polegato «Strategia su sport, lifestyle e linea utility». Partita l’espansione in Canada dagli Stati Uniti: «In Usa 20 milioni di ricavi»

Roberta Paolini
Aggiornato alle 2 minuti di lettura

Lo scarpino con le ali di Diadora in primo piano, l’attimo estatico, il momento che precede il calcio del Divin Codino, il tocco che arriva e trasforma quel gesto in poesia, in vibrante emozione, comunque vada. Roberto Baggio è lo spirito di Diadora, il senso stesso del marchio di essere nel mondo dello sport, l’eredità che custodisce la promessa di ogni futuro.

Enrico Moretti Polegato, a capo dell’azienda di Caerano San Marco in provincia di Treviso, sa però che oggi a quell’eredità va aggiunto altro. “Lo sportivo è capace di veicolare l’immagine – spiega Moretti Polegato - oppure può diventare un compagno di viaggio con cui sperimentare e migliorare le prestazione di una scarpa che nasce con caratteristiche di performance sportive, anche se poi ha deviazioni anche verso il lifestyle o le scarpe tecniche da lavoro”.

Un nome che a Moretti Polegato piace citare come interprete dello spirito di Diadora è Massimo Stano, il campione olimpico e mondiale di marcia. L'atleta pugliese, di fede musulmana, che marcerà da Gerusalemme a Betlemme, probabilmente il 4 febbrario 2023, in occasione della Giornata della fratellanza, istituita dall'Onu.

Il 2022 sarà un anno di crescita, nonostante, scherza Moretti Polegato, “la palla di cristallo l’ho rotta l’altro giorno”. Sarà un anno con crescita a doppia cifra ed un fatturato atteso a 180 milioni che sale a 260 milioni nel suo dato aggregato, che comprende i mercati dove Diadora lavora in licenza. “Ci sono mercati che stanno andando benissimo, come gli Stati Uniti, dove la crescita potrebbe essere a tripla cifra con ricavi a 20 milioni ed una distribuzione selezionata del prodotto ed essenzialmente nell’area sport. Da lì poi da tre mesi abbiamo iniziato ad espanderci anche in Canada”.

“Abbiamo acquisito Diadora nel 2009 e se anche possiamo dire che il salvataggio ormai si sia ampiamente compiuto, il rilancio di questo marchio è qualcosa che ogni giorno bisogna continuare a costruire”.

Un percorso che passa anche dal primo bilancio di sostenibilità, presentato quest’anno e che, come spiega Moretti Polegato si rende indispensabile nel momento in cui la base con cui tu parli sono i Millenials e le generazioni successive. “Anche in questo caso la sostenibilità non può essere un traguardo, non si è mai totalmente sostenibili, ogni livello raggiunto può essere migliorato e quindi noi dobbiamo pensare questa attenzione come una maratona”.

I progetti principali, spiega ancora ruotano attorno a tre aree e hanno come faro la prossimità al territorio «Con tutti territori – precisa Moretti Polegato - perché noi siamo un marchio inclusivo e questo credo sia un fatto che oggi vada per scontato. Le nostre azioni sono dunque orientati alle persone, al pianeta e al prodotto” dice.

Per quanto riguarda il capitolo persone, afferma ancora, “cerchiamo di dare stabilità e gioia a chi lavora con noi, 194 dipendenti di cui il 96 per cento a tempo indeterminato. E poi siamo attivi anche nel welfare con l’asilo aziendale, la palestra che per un marchio dedicato allo sport mi sembra fondamentale e molti altri servizi, dalla lavanderia per i dipendenti a strumenti di e-learning”.

Il settore tessile e calzaturiero presenta specifici rischi attinenti alla sfera sociale e ai diritti dei lavoratori coinvolti nella filiera. Attraverso gli audit documentali e on-site, Diadora monitora le condizioni di lavoro sia del proprio personale, sia di quello impiegato dai propri fornitori. Poi c’è il controllo della filiera con la certificazione Ecovadis e l’utilizzo di fonti rinnovabili per l’energia. “Circa la metà del nostro fabbisogno è soddisfatto con energia solare fotovoltaico e l’altra metà da fornitori di energia da fonte rinnovabili”.

E poi c’è la parte forse più importante che è quella del prodotto, perché è poi quello che arriva al consumatore come senso di una strategia sostenibile composta di molti elementi. “Abbiamo sostituito la plastica in tutte le confezioni, per esempio, e siamo stati i primi a non utilizzare più la pelle di canguro negli scarpini da calcio. E poi c’è stata la nostra operazione di reshoring, una linea da dove è uscita la prima scarpa da running prodotta in Italia negli ultimi trent’anni”.

r.paolini@gnn.it

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