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Innovazione digitale nel mondo della moda lo Smact: «Uso limitato però sta crescendo»

Matteo Faggin, direttore generale di Smact, sintetizza così i risultati dell’indagine “Data-Driven Fashion” condotta dal Competence Center veneto friulano in collaborazione con Unicredit, finalizzato a comprendere il grado di utilizzo dei dati tra le aziende del fashion

Luigi dell’Olio
Aggiornato alle 1 minuto di lettura

«Il sistema moda del Triveneto ha iniziato a percorrere con convinzione la via dell’innovazione digitale, pensando anzitutto alle opportunità di efficientamento nel breve termine dei processi produttivi: meno sprechi e meno costi».

Matteo Faggin, direttore generale di Smact, sintetizza così i risultati dell’indagine “Data-Driven Fashion” condotta dal Competence Center veneto friulano in collaborazione con Unicredit, finalizzato a comprendere il grado di utilizzo dei dati tra le aziende del fashion e a quantificare il grado di utilizzo delle nuove tecnologie in un settore cruciale nella manifattura delle tre regioni dell’Italia nordorientale.

A partire da una popolazione di riferimento composta da 1.262 imprese attive in Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige nei settori del tessile, dell’abbigliamento, della pelletteria, della gioielleria e dell’occhialeria, lo studio ha coinvolto complessivamente 189 aziende, con una preponderanza di quelle di piccole dimensioni (meno di 5 milioni di fatturato).

Tra le imprese intervistate, le tecnologie maggiormente utilizzate sono Cad/Cam ed Erp, ma ben il 29% non è ancora dotata di un sito web. Le finalità principali nelle strategie di utilizzo dei dati riguardano soprattutto l’aumento dell’efficienza interna e la produttività, mentre hanno una rilevanza limitata gli obiettivi di innovazione (orientare e sviluppare nuovi prodotti, la riduzione del rischio d’impresa e l’aumento della sostenibilità ambientale del business).

«Il quadro complessivo che emerge è quello di un utilizzo ancora limitato e selettivo di queste tecnologie», sottolineano gli analisti. «E non parliamo solo delle tecnologie più avanzate dell’Industria 4.0, ma anche di quelli classiche».

A questo proposito lo shock dei sistemi produttivi derivante dalla pandemia ha agito solo parzialmente da stimolo all’adozione di tali tecnologie tra le imprese del campione. Il principale elemento di debolezza che emerge dallo studio, aggiunge Faggin, è dato dal fatto che sono ancora poche le imprese consapevoli del potenziale di medio-lungo termine rispetto alla trasformazione nel modello organizzativo, di approccio al mercato e di evoluzione di prodotto, ma si tratta di realtà «che hanno il potenziale di aumentare rendere sempre più competitivi aumentando il volume di affari».

È articolato anche il commento di Luisella Altare, regional manager Nord Est di UniCredit: «L’Osservatorio ha messo in evidenza che, nonostante gli importanti investimenti degli ultimi anni, lo spazio per l’utilizzo di tecnologie Ict da parte degli operatori del settore è ancora ampio, così come grandi sono le opportunità ad esse connesse».

Quindi sottolinea come, in un comparto che è il fiore all’occhiello del made in Italy nel mondo, l’utilizzo sistematico di soluzioni digitali e ad alto contenuto innovativo possa «rappresentare un ulteriore valore aggiunto per competere con successo sui mercati».

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