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Pac porta il know-how idroelettrico alpino in Africa e costruisce tre dighe in Uganda

L’azienda, sedi a Bolzano e in Val Camonica, è da 60 anni specializzata nella progettazione, costruzione e realizzazione di impianti idroelettrici e nella realizzazione di infrastrutture civili ad alto contenuto ingegneristico in Italia tramite il modello di project finance e appalti pubblici

Federico Piazza
4 minuti di lettura

L’Africa è la nuova frontiera per le opere ingegneristiche di Pac spa. L’azienda, sedi a Bolzano e in Val Camonica, è da 60 anni specializzata nella progettazione, costruzione e realizzazione di impianti idroelettrici e nella realizzazione di infrastrutture civili ad alto contenuto ingegneristico in Italia tramite il modello di project finance e appalti pubblici.

Esperienza che dal 2013 Pac sta portando in Africa subsahariana nel settore delle energie rinnovabili. In particolare in Uganda, dove ha costruito tre nuovi impianti idroelettrici ad acqua fluente. «Ne abbiamo realizzati due nel nord del Paese vicino al confine con il Sudan per oltre 80 MWh, e un terzo da 16 Mw a Kikagati al confine sud con la Tanzania», racconta Giulio Parolini, terza generazione della famiglia proprietaria di Pac e Ceo per i mercati esteri.

«Progetti di energia rinnovabile per un valore complessivo di circa 150 milioni di euro, con una forte attenzione sia all’impatto ambientale, non alterando e anzi in alcuni casi migliorando le condizioni dei fiumi, sia all’impatto sociale visto che si tratta di opere in zone molto remote dell’Uganda dove la popolazione vive sotto la soglia di povertà e i progetti hanno portato occupazione, istruzione e sviluppo per le comunità locali».

In merito al mercato africano Pac testimonia che nel continente sono in costante crescita la domanda di energia e quindi anche la necessità di player capaci di mettere a terra le opere. «Dove noi lavoriamo – osserva Parolini – l’Italia è riconosciuta per la qualità e l’abilità dell’ingegneria, anche se c’è molta competizione con gli operatori degli altri Paesi che sono abili nel proporre ai clienti finali pacchetti con prodotti finanziari agevolati. Ci siamo così resi conto negli anni che avere dei partner istituzionali come Sace, che ci assiste nei progetti, è stato ed è un biglietto da visita di grandissimo valore ai tavoli istituzionali e con i clienti finali. Quindi riuscire a trovare prodotti per poter rendere la filiera Italiana competitiva sarà di vitale importanza per l’export del nostro settore».

L’Uganda In Africa centro-orientale l’Uganda è un Paese promettente come crescita economica e per l’apertura a partnership strategiche internazionali. Con 47 milioni di abitanti di cui oltre il 50% ha meno di 18 anni, che si prevede cresceranno a 75 milioni nel 2040, l’Uganda è un’economia piccola (Pil nominale 40 miliardi di dollari nel 2021, Pil pro-capite 850 dollari) con elevata disoccupazione giovanile e tassi di crescita annua della ricchezza ancora inferiori al 5%. Ma gode di una buona stabilità politica.

«L'Uganda è percepita come un Paese relativamente meno rischioso dell’attiguo Kenya, con cui l’Italia ha storicamente relazioni economiche più ampie e consolidate ma che sta scontando in questi anni incertezza politica e crescenti difficoltà nella gestione dell’indebitamento e dei finanziamenti sui mercati internazionali, e quindi rispetto al Kenya le aziende italiane che fanno business in Uganda ricorrono meno a strumenti di copertura del rischio», spiega Valentina Cariani, Responsabile Analisi Paesi e Settori di Sace. «Certo, come evidenziano i dati ICE, l’Uganda è ancora poco conosciuta dalle nostre imprese: l’export italiano si aggira intorno ai 60 milioni di euro mentre l’import, principalmente prodotti agricoli, nel 2021 è salito a oltre 160 milioni di euro».

La Tanzania

Altro Paese dell’area politicamente stabile, con basso deficit e buone prospettive per il business a partire e dal settore delle costruzioni e delle opere infrastrutturali, è la Tanzania. Dove Sace registra un notevole dinamismo delle aziende italiane. Più grande dell’Uganda, con 65 milioni di abitanti che si stima supereranno i 100 milioni nel 2040, ha un Pil oggi di circa 70 miliardi di dollari. Lo conferma Rita Ricciardi, consulente business con vent’anni di esperienza in Africa centro-orientale dello studio legale, tributario e di business advisory padovano Bergs & More: «La Tanzania è il Paese a cui stanno guardando tutti.

Certo anche l’Uganda è interessante, ma c’è qualche punto di domanda politico in prospettiva quando si dovrà aprire la successione all’attuale anziano presidente, Yoweri Kaguta Museveni, che è in carica da oltre 30 anni. Mentre la Tanzania ha come punti di forza il fatto di essere uno Stato con un deficit bassissimo dove si può fare molto in vari settori tra cui le infrastrutture, con alla guida oggi una nuova presidente, Samia Suluhu, che ha un ottimo track record di apertura a operazioni internazionali. Però occorrerebbe un approccio sistemico italiano a questi mercati, che purtroppo non sempre abbiamo».

Il Kenya Diversa la situazione in Kenya, dove il neoeletto presidente William Ruto deve affrontare la crisi dell’indebitamento dello Stato, molto cresciuto in particolare verso la Cina, e dell’accesso ai mercati finanziari, che si ripercuote sull’effettiva sostenibilità degli ambiziosi progetti infrastrutturali di Kenya Vision 2030. Con ricadute negative anche sulle prospettive dell’export italiano. Il Kenya è da anni tra le prime cinque destinazioni in Africa subsahariana: 160 milioni di euro nel 2021, con bilancia commerciale positiva per oltre 100 milioni. Ma era arrivato a superare i 300 milioni nel 2020 (dati ICE).

«Le prospettive oltre il 2022 – secondo il Report Export 2022 di Sace – dipendono in larga parte dall’indirizzo economico dell’esecutivo formatosi dopo le elezioni di agosto e dalla capacità di mantenere il supporto del Fmi, senza il quale il Paese rischia una fuga di capitali e una crisi di liquidità. Per questi motivi nel prossimo triennio è atteso un calo medio dell’1% dell’export Made in Italy, fermo restando il progressivo completamento dei principali progetti infrastrutturali previsti nel programma Kenya Vision 2030 (come la Konza Smart City, la linea ferroviaria Mombasa-Malabi, i numerosi collegamenti stradali) e della fornitura di mezzi di trasporto assegnati ad aziende italiane negli scorsi anni».

Pur nel contesto incerto, a novembre 2022 circa 70 aziende italiane del settore costruzioni e relative tecnologie hanno partecipato alla fiera The Big Five Construct Kenya di Nairobi, la più grande in Africa orientale, come rappresentanza collettiva organizzata dall’Ufficio ICE di Addis Abeba competente per Etiopia, Kenya, Somalia, Uganda e Tanzania.

Diverse le presenze alla manifestazione anche di aziende trivenete attive in Africa, quali per esempio la veronese Simem nel settore delle grandi opere civili e dei macchinari per il calcestruzzo e la padovana Geoplast in quello delle attrezzature edili in plastica rigenerata. Positivi i riscontri da parte delle rappresentanze business di categoria italiane sulla fiera in Kenya, dove secondo dati della diplomazia commerciale italiana a Nairobi il comparto delle costruzioni crescerà dell’8,7% nel 2022 e a una media del 6,2% annuo fino al 2026.

Osserva Michele Vitulano, presidente dell’associazione delle macchine e attrezzature edili Unacea: «L’Africa orientale è un'area geografica promettente dal punto di vista del comparto delle costruzioni, con un mercato vivace; seppure ancora contenuto in termini assoluti, parliamo di un mercato da circa 5.000 macchine l’anno e con buone prospettive di sviluppo futuro, anche grazie agli ingenti investimenti infrastrutturali nella regione». Mentre Angelo Artale, direttore della federazione Finco delle industrie di prodotti, servizi, impianti e opere specialistiche per le costruzioni e la manutenzione, guarda nell’area con fiducia al prossimo appuntamento nel primo semestre 2023 di Big Five Construct Ethiopia ad Addis Abeba.

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