D’Agostino: «Porto di Trieste, grande resilienza l’arrivo di Amburgo porterà tante altre imprese»

Il presidente dell’Autorità è stato riconfermato a furor di popolo. «Si è capito che l’Europa ha ormai due baricentri e che c’è anche il Sud»

TRIESTE. Il 2020 è stato impossibile per molti, ma c’è anche chi lo ricorderà con parecchia soddisfazione. È il caso del presidente dell’Autorità portuale di Trieste Zeno D’Agostino che, nell’anno tremendo della pandemia, mette a segno risultati importanti per lo sviluppo dello scalo (a cominciare dall’ingresso di Amburgo nella nuova Piattaforma logistica), frena l’emorragia globale dei traffici marittimi e viene inserito da Forbes nella top 100 dei manager italiani. Qualche settimana fa il ministero dei Trasporti ha infine rinnovato D’Agostino guida dell’Authority, anche sull’onda di una piccola sollevazione cittadina in risposta al provvedimento di decadenza deciso dall’Anac e prontamente bocciato dal Tar, che non ha ravvisato i conflitti di interesse ipotizzati dall’Anticorruzione.

Che 2020 è stato per il Porto?

«Abbiamo avuto grande capacità di resilienza in un anno negativo. In termini assoluti c’è un calo delle tonnellate e il bilancio previsionale avrà solo un leggero avanzo dopo i quasi dieci milioni dell’anno scorso, a causa del calo delle tasse di ancoraggio e dei canoni per alcuni terminalisti in difficoltà. Ma se guardo all’impatto del Covid su altri porti, tiro un respiro di sollievo: cade il petrolio del nostro oleodotto per effetto del calo della produzione mondiale, ma i container tengono (-2%) e i traghetti addirittura crescono. E tengono bene treni e occupazione, che consideriamo la nostra principale infrastruttura».

Bicchiere mezzo pieno?

«Il lockdown ha spinto Autorità e privati ad accelerare sulla pianificazione del futuro, non potendo concentrarci più di tanto dell’ordinario. Abbiamo ragionato in particolare sulla transizione energetica e sulla riduzione dell’impatto ambientale. E abbiamo visto un grande cambiamento del rapporto con Roma, che oggi ci considera un porto strategico: il governo ci mette in prima linea sulla partita del Recovery Fund».

Nel corso della pandemia si sono raggiunti tutti gli obiettivi prefissati.

«Per assurdo sì: l’ingresso degli amburghesi di Hhla nella Piattaforma logistica, la firma del rogito che dà il via al progetto di terminal ungherese, l’Accordo di programma per la riconversione logistica dell’area della Ferriera di Servola. Elementi strategici che vanno oltre la contingenza». Duisport entrerà nell’Interporto di Trieste? «Siamo vicini alla conclusione della trattativa».

Che significa l’arrivo dei tedeschi in Adriatico?

«Prima di loro ci sono stati i danesi di Dfds, che per primi hanno acceso il faro del Nord Europa su di noi. Oggi viene riconosciuto il ruolo globale del Mediterraneo e dell’Adriatico, con Trieste al centro dell’attenzione. Gli operatori del Nord scelgono noi e si porteranno dietro una miriade di altri soggetti. Si è capito che l’Europa ha ormai due baricentri logistici portuali e che c’è anche il Sud».

Il Covid cambierà economia e traffici internazionali?

«Gli sviluppi sono poco prevedibili, ma il tema è la relazione tra Europa ed Est: Far, Middle e South East. Se c’è una rilocalizzazione dell’industria interna all’Est del mondo, per Trieste cambia poco: la rotta per approvvigionare l’Europa passerà ancora da noi. E la ricollocazione potrebbe perfino favorirci: col Porto franco potremmo attirare aziende e, in tanta instabilità, abbiamo la certezza nel network ferroviario, mentre il trasporto su gomma è in difficoltà per il virus».

Si può ancora trattare coi cinesi?

«I porti americani hanno grandi rapporti con la Cina e mi domando perché l’Italia dovrebbe comportarsi diversamente. Manteniamo il tema sul livello trasportistico: le relazioni con la Cina vanno mantenute, perché buona parte del traffico con l’Asia è in mano a soggetti cinesi».

È stato appena rinnovato alla presidenza. Com’è essere oggetto di una sollevazione cittadina a proprio favore?

«È un’incredibile emozione, ma stiamo attenti: chi va in alto, va presto in basso. Mi sono goduto quei momenti, ma il consenso va conquistato ogni giorno».

Quali sono le priorità?

«È fondamentale il tema energetico: la decarbonizzazione del porto e il presidio della filiera energetica. L’Autorità portuale deve diventare soggetto perno anche nella gestione dell’energia e nella transizione energetica».

Vuole una centrale elettrica?

«Può anche essere: succede in molti porti. Ma ci sono molti modi per avere energia e non occorrono necessariamente centrali».

È appena entrato nella classifica dei top 100 manager italiani stilata da Forbes. Cosa significa?

«L’orgoglio è che in un mondo in mano alla componente privata e aziendale, c’erano solo due esponenti dell’amministrazione pubblica».

Come si esce dalla crisi?

«In generale dico che bisogna rivedere i paradigmi dell’organizzazione complessiva della società. Nel mio campo, penso che il mare richieda grandi dimensioni e questo pone il punto del ruolo pubblico in economia. Lo Stato ha le spalle larghe, ma solo in Europa c’è il tabù del coinvolgimento pubblico nell’economia. Il salto di qualità passa proprio da qui e serve un ragionamento continentale».—

© RIPRODUZIONE RISERVATA