Giovannini: «Sì a un salto, l’Italia oltre la crisi Covid con la leva sostenibilità»

Nell’illustrazione di Massimo Jatosti, Enrico Giovannini, neo ministro Infrastrutture Trasporti. E' stato Chief Statistician dell'Ocse presidente dell’Istat e ministro del Lavoro del governo Letta dall’aprile 2013 al febbraio 2014

Il neoministro Infrastrutture e Trasporti del Governo Draghi è stato presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e ministro del Lavoro nel Governo Letta. Economista, già Chief Statistician dell’Ocse, Giovannini è portavoce dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile. Qui in una intervista uscita nel nostro mensile Nordest Economia dedicata alla nuova normalità Post-Covid

Enrico Giovannini è stato presidente dell’Istat dal 2009 al 2013 e ministro del Lavoro nel Governo Letta. Economista, già Chief Statistician dell’Ocse, Giovannini è portavoce dell’ASviS, l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Professor Giovannini, anche alla luce della sua esperienza nella task force guidata da Vittorio Colao, come vede la ripartenza dell’economia italiana in autunno mentre la pandemia torna ad aggredire il Paese?

«È presto per parlare di ripartenza, anche alla luce dei nuovi dati sui contagi. Almeno quella che incide sulla produttività, sull’occupazione, sui redditi, sulla riduzione delle disuguaglianze e sul benessere. L’epidemia ha dimostrato quanto sia fragile l’attuale modello di sviluppo verso una transizione ecologica “giusta nell’ottica del Green Deal. Purtroppo, non possiamo sapere che evoluzione avrà la crisi pandemica. Dobbiamo ripartire pensando di fare un salto in avanti e non sperare di tornare dove eravamo prima della crisi sanitaria, dato che le cose non andavano proprio bene, come anche l’ultimo Rapporto dell’ASviS, pubblicato qualche giorno fa, conferma».

Come impiegare le ingenti risorse (per circa 200 miliardi) destinate all’Italia dal Recovery Fund?

«Innanzitutto, chiamiamolo con il suo nome, Next Generation Eu, un nome che indica la prospettiva che si intende dare alla più grande mobilitazione di risorse pubbliche mai avvenuta in Europa nella storia dal dopoguerra. L’orientamento della Commissione europea, come noto, è che i Piani nazionali di ripresa e resilienza vadano nella direzione della transizione ecologica, della transizione digitale e della lotta alle disuguaglianze. Abbiamo di fronte una grande sfida: capire che tipo di Italia vogliamo costruire da qui a 10 anni: per evitare di disperdere le risorse, serve una visione strategica di lungo periodo. Le linee guida che la Commissione impone per ricevere i finanziamenti parlano chiaro e richiedono la piena coerenza delle politiche: possiamo chiedere di utilizzare i fondi europei per la transizione ecologica e allo stesso tempo continuare a spendere 19 miliardi all’anno di risorse nazionali per sussidi dannosi per l’ambiente? È solo un esempio per dire che non abbiamo alternativa: dobbiamo costruire un Paese diverso, migliore per tutti e che sia resiliente a possibili shock futuri. Per fare ciò dobbiamo imparare a progettare in modo sistemico, coinvolgendo anche i territori, le regioni, le città».

Dal ritorno dei confini nell’era post-Covid alle nuove barriere commerciali: quale impatto sulle prospettive di crescita dell’Italia?

«I Paesi si difendono dal dilagare della pandemia e il rischio di un altro blocco è una prospettiva che apre molte e pericolose incognite. Molte imprese stanno cambiando, avendo compreso che o si abbracciano i criteri della sostenibilità sociale e ambientale, oppure non ci sarà sviluppo e quindi faticheranno a restare sul mercato. D’altra parte, investire in sostenibilità conviene: l’Istat ha mostrato che le imprese che seguono modelli di produzione sostenibili non solo sono più resistenti agli shock, ma hanno una più alta produttività, fino al 15% per le grandi imprese. Dato che anche la finanza ha iniziato a guardare con favore alle aziende che non seguono la mera logica di profitto nel breve periodo ma puntano a strategie di medio-lungo periodo che consentiranno loro di crescere e conservare quote di mercato, anche il mondo produttivo si trova di fronte ad una svolta epocale. Per questo sarebbe importante estendere l’obbligo di rendicontazione non finanziaria anche alle medie imprese, molte delle quali già lo fanno su base volontaria senza però necessariamente utilizzare indicatori adeguati».

Oggi più che mai cresce l’importanza di uno sviluppo sostenibile. Lo choc economico provocato dalla pandemia sta cambiando a fondo le priorità dei governi. Quanto restano attuali gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu?

«Sono e restano, mai come ora, una guida fondamentale. Non a caso la Commissione europea presieduta da Ursula von der Leyen ha assunto l’Agenda 2030 come guida per tutte le politiche dell’Unione, indicando a tutti i commissari l’obbligo di perseguirla, ciascuno per le proprie competenze. Questo orientamento è lo stesso che si riflette nelle linee guida e nei criteri per l’accesso ai finanziamenti del Next Generation Eu».

E quali prospettive per il Green Deal europeo?

«L’Unione europea è determinata a diventare la prima area geopolitica carbon neutral e vincere la sfida dell’emergenza climatica, oltre che stimolare per questa via lo sviluppo economico e sociale. L’Ue ci chiede non solo di proteggere i più deboli, di preparare e prevenire shock futuri, ma anche di trasformare i Paesi in un’ottica di “resilienza trasformativa”. Quindi: o si procede verso un vero cambio di paradigma oppure avremo perso la scommessa più grande».

Lei è stato ministro del Lavoro e delle politiche sociali del governo Letta. Il lavoro è la nuova emergenza. Il Covid ha bruciato migliaia di posti di lavoro e paralizzato il Paese. Quali le misure necessarie per ripartire e creare nuova occupazione?

«Penso che abbiamo di fronte una strada obbligata: investire sul capitale umano, anche sugli adulti. Ma non basta. La formazione dei giovani non è sufficiente a trattenerli nel nostro Paese se poi non siamo in grado di offrire loro le condizioni per realizzare il proprio progetto di vita. Data la rapidità con cui l’innovazione tecnologica sta cambiando i modelli di lavoro e le prospettive occupazionali, è necessario inoltre garantire una formazione continua».

La pandemia aumenta le diseguaglianze. Come evitare tensioni sociali di fronte a una recessione ormai drammatica? Servirebbero più ammortizzatori sociali?

«Durante il lockdown abbiamo assistito a un preoccupante aumento delle disuguaglianze. Come ASviS, insieme al Forum Disuguaglianze e diversità, abbiamo proposto e ottenuto che il Governo introducesse il Reddito di emergenza, per sostenere chi si è trovato senza lavoro e non era tutelato da sistemi di protezione, anche per evitare il rischio di un massiccio ricorso a forme di finanziamento illegali da parte delle persone più fragili. Non si può mai abbassare la guardia rispetto al rischio di una crisi sociale. Se lo Stato sostiene le aziende in difficoltà, ha il dovere morale di sostenere le fasce più deboli della popolazione».

I sindacati chiedono la moratoria del blocco dei licenziamenti per tenere unito il Paese nell’emergenza. Condivide questa impostazione?

«In una prima fase penso che questa fosse una strada obbligata, ma procedendo in tal senso si rischia che le aziende non ce la facciano a superare la crisi. Se da un lato lo Stato interviene per proteggerle, dall’altro anche le imprese devono guardare avanti e non restare inchiodate al business as usual».

Nell’emergenza sanitaria alcune filiere del Made in Italy anche a Nordest si riconvertono in produzioni di beni che servono a contenere la pandemia: dalle mascherine ai banchi per gli studenti. Una forma di resilienza o una lotta contro il tempo?

«Direi entrambe. Ma anche una forma di coraggio, che è la caratteristica che devono possedere gli imprenditori innamorati del futuro, ai quali dobbiamo essere tutti grati».—