Tessile, nel padovano 5 mila lavoratori in Cig da 9 mesi

Da quasi un anno stipendi ridotti del 40%. Rainato (Cgil): «Lo sblocco dei licenziamenti avrà un effetto devastante»

PADOVA. Sono circa 5 mila i dipendenti del settore tessile in cassa integrazione da marzo. Un esercito di lavoratori e soprattutto di lavoratrici che deve vivere con uno stipendiodecurtato di circa il 40% da 9 mesi, con cifre che per la più parte non superano i 700 euro al mese.

E questa è solo una parte di un problema più grande che scuote dalle fondamenta l'intera filiera del tessile padovano. settore in difficoltàSono poco meno di 2600 le aziende attive registrate alla Camera di Commercio che svolgono attività produttiva legata ad abbigliamento, cuoio calzatura e tessile maglieria, circa un terzo delle quali si trova nelle condizioni di pensare seriamente alla chiusura nel prossimo futuro.

A dirlo sono i dati del settore presentati dal segretario generale della Filctem Cgil di Padova Luca Rainato, preoccupatissimo per il futuro di un sistema che senza un supporto prolungato e robusto rischia di scomparire trascinando nell'oblio un intero pezzo del Made In Italy nel mondo.

Il triangolo del Veneto centrale tra Vicenza, Padova e Treviso è forte di una lunga tradizione nel settore e a tutt'oggi sede di molti grandi marchi globali della moda. Solo a Padova sono presenti, oltre a un'infinità di aziende di piccole e medie dimensioni, laboratori e conto terzisti di qualità, anche firme di prestigio assoluto come Moncler a Trebaseleghe, Dolce e Gabbana a Sarmeola, Dior a Caselle di Selvazzano, Belvest a Piazzola sul Brenta.

«L'uso massiccio della Cassa integrazione Covid ha colpito quasi tutti, trasversalmente» spiega il segretario della Filctem Cgil di Padova, «non solo nel settore del tessile e della moda ma anche in quello delle grandi lavanderie industriali che lavorano con il turismo e la ristorazione. Ma come accade spesso le realtà più fragili sono anche le più piccole, laboratori ad alta professionalità e conto terzisti che per primi hanno visto i rubinetti degli ordini e dei pagamenti prosciugarsi con il congelamento di un'intera filiera a causa della pandemia. Il Covid chiude i battenti dei negozi, facendo saltare intere collezioni stagionali, addirittura 3 fino ad ora. La mancanza di acquisti da parte dei consumatori e dei negozianti» continua Rainato, «si fa sentire su un sistema produttivo che all'inizio della crisi, a marzo, ha dovuto affrontare anche il problema opposto: quello della carenza di materia prima per la lavorazione dei capi a causa delle difficoltà di circolazione delle merci con i primi blocchi sanitari».

In questo contesto il rischio che lo sblocco dei licenziamenti previsto alla fine di marzo 2021 si tramuti in un'ecatombe diventa un'ipotesi drammaticamente concreta. «La situazione è già pessima, con lavoratori che guadagnano circa la metà rispetto al pre Covid costringendo molti a barcamenarsi con budget da 6-700 euro al mese» conferma Rainato.

«In un contesto in cui migliaia di padovani raschiano il fondo del barile da mesi lo sblocco dei licenziamenti rischia di essere dirompente non solo per le relazioni sociali e la vita di molte comunità ma per lo stesso settore che è storicamente una parte importante del Made in Italy.

Un settore che prima di marzo 2020 lavorava bene confermandosi un motore ancora trainante dell'economia del nostro territorio e che ora, senza un robusto supporto pubblico, rischia di scomparire». rilancioPer il sindacalista bisogna guardare al futuro: «Credo sia necessario che i fondi di Next Generation Eu, siano destinati in parte anche al rilancio del tessile e della moda, un mondo che occupa quasi 15 mila lavoratori solo a Padova». --