Lo smart working presenta il conto: «Orari dilatati e più costi: va regolato

Non ha necessariamente favorito la conciliazione vita-lavoro. Anzi. Ha aumentato i tempi e l’intensità del lavoro finendo per allungare la giornata lavorativa, aumentare la burocrazia e trasferire costi aziendali sui dipendenti. Insomma, più che di lavoro agile o smart working meglio parlare di home working, lavoro da casa

PADOVA. Non ha necessariamente favorito la conciliazione vita-lavoro. Anzi. Ha aumentato i tempi e l’intensità del lavoro finendo per allungare la giornata lavorativa, aumentare la burocrazia e trasferire costi aziendali sui dipendenti. Insomma, più che di lavoro agile o smart working meglio parlare di home working, lavoro da casa.

E come emerge dai dati preliminari di uno studio che le Università di Padova e Verona stanno conducendo, finanziato dal Fondo Sociale Europeo (Fse) – Regione Veneto e coordinato dal professor Devi Sacchetto del Bo, non è la stessa cosa.

Pur riscontrando un certo grado di consenso tra i lavoratori e le lavoratrici, «questi sembrano essere disponibili a continuare in questa modalità a patto di una maggiore regolamentazione della stessa e di poter avere il diritto a scegliere se lavorare o meno negli spazi aziendali magari alternando giornate in presenza a giornate a casa» spiega Anne Iris Romens, ricercatrice che insieme ad altri quattro colleghi sta conducendo l’indagine.

«Le possibilità aperte da questa trasformazione indotta dalla pandemia sembrano sollecitare l’esigenza di una regolamentazione del lavoro da remoto che chiama in causa la contrattazione collettiva e il ruolo dei sindacati costretti ad adeguarsi organizzativamente alle nuove trasformazioni e pronti a negoziare nuovi diritti, come quello alla “disconnessione”».

L’indagine – che vede coinvolti anche due giuslavoristi, Marco Peruzzi (UniVerona) e Francesca Limena (UniPd) – si sta svolgendo attraverso interviste a lavoratori, manager, sindacalisti e figure istituzionali focalizzando l’attenzione su tre aziende come casi di studio.

«Pur nell’ambito di un ventaglio di casi differenti» prosegue Romens «delle indicazioni prevalenti emergono». Diverse le criticità. «Disuguaglianze nell’accesso al lavoro da remoto, prolungamento dell’orario lavorativo, intensificazione del carico di lavoro di cura soprattutto per le lavoratrici e sovrapposizione tra spazi e tempi lavorativi e domestici con una conseguente moltiplicazione delle mansioni. Ci sono lavoratrici che si sono ritrovate ancora più sole perché al contempo hanno mariti che lavorano in presenza, ma anche lavoratori che grazie allo smart working riescono a occuparsi molto di più della famiglia».

La “dilatazione” dei tempi di lavoro è uno degli aspetti critici prevalenti. «Solo i single che abitano da soli sembrano non avvertire questo problema» riflette Romens. «In generale chi è in smart working lavora molto di più anche nel week end, con un orario “spalmato” nel corso di tutta la giornata anche alla luce della maggiore reportistica che si è chiamati a produrre per dare conto del lavoro svolto». Spesso si torna a lavorare la sera dopo aver avuto, magari, la necessità di staccare per gestire i figli.

«E così, secondo alcune testimonianze raccolte, ci si sente in obbligo di rispondere a mail arrivate alle 22, quasi avvertendo un senso di colpa». Tra spese che passano dall’azienda al dipendente «collegamenti internet, pc, sedie ergonomiche, riscaldamento, luce ma anche lavori di adeguamento per ricavarsi uno studio» e mancati introiti «gli straordinari non pagati e la soppressione dei buoni pasto» emerge la necessità di arrivare a fare dello smart working una tema sul quale avviare una contrattazione.

«Il lavoro si sta trasformando sempre più per obiettivi, che nella migliore delle ipotesi si traduce in maggiore autonomia organizzativa per i lavoratori ma nella peggiore in lavoro a cottimo» aggiunge il professor Sacchetto. «Dal punto di vista dei sindacati è necessario sviluppare una piattaforma a livello nazionale da calare poi a livello locale».

Anche perché, è un’ulteriore spigolatura, «in Svizzera e Francia, ad esempio, esiste già una maggiore regolamentazione». A settembre sono attesi i risultati conclusivi della ricerca, ma già si staglia all’orizzonte un’altra necessità collegata. «Molte aziende confermeranno tale modalità organizzativa» conclude Sacchetto. «Quindi va studiata e pensata una riorganizzazione complessiva del commercio e della mobilità». —

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