Lavorate in nero 36 milioni di ore in bar e ristoranti veneti

Aumentano i contenziosi per vedere riconosciuto per intero il lavoro prestato. Chi invece non ha più occupazione riceve un’indennità più bassa del “dovuto”

VENEZIA. Sono circa 36 milioni le ore di lavoro che i 85 mila dipendenti della ristorazione e dei pubblici esercizi veneti non vedono riconosciute a livello contributivo e fiscale. È questa la stima della Filcams Cgil regionale in merito ad un fenomeno che è anche un gigantesco nodo al pettine del Covid 19 sia sul fronte del rischio povertà per decine di migliaia di lavoratori che su quello delle vertenze contro i datori di lavoro.
 
La categoria sindacale segnala infatti un nuovo intasamento degli uffici vertenze territoriali a seguito non già, come di consueto, della chiusura di una stagione turistica, ma proprio a causa della disperazione di molti lavoratori in cerca di un riconoscimento economico aggiuntivo con cui fare fronte alla grave crisi economica che si associa alla pandemia. 
 
«Generalmente una parte importante di quelli che incontriamo nei nostri uffici vertenze» spiega Cecilia de Pantz, segretario della Filcams Cgil del Veneto «viene da noi alla chiusura della stagione estiva o di quella invernale, per chiedere che venga loro riconosciuto lo straordinario non retribuito, i contributi sulle ore effettivamente svolte ma non registrate e così via. Un fenomeno, quello delle vertenze degli stagionali, che si era quasi completamente esaurito con il Covid ma che sta tornando a fare capolino in questi mesi». 
 
Secondo il sindacato circa il 40% del totale delle ore lavorate nel settore rischia di configurarsi come lavoro grigio, non dichiarato nei fatti pure nel contesto di un contratto di lavoro regolare in essere. «Negli anni abbiamo riscontrato che il fenomeno è dilagante» continua De Pantz. «Moltissimi imprenditori propongono contratti le cui ore lavorative non rispecchiano l’impegno effettivo garantito dal dipendente spesso pagando quanto dovuto fuori busta. Al di là della fenomenologia del lavoro grigio quello che il Covid ha svelato è la fragilità di relazioni lavorative in parte informali come quelle che troppo spesso verifichiamo in questo settore». Una fragilità che secondo il sindacato costa a migliaia di lavoratori un calo della propria capacità reddituale anche sotto la soglia di povertà. «Già ora si stima siano circa 14 mila i lavoratori dei bar e dei ristoranti che hanno perso il lavoro per via di una pandemia che dura oramai da circa un anno» conclude la sindacalista. 
 
«Ma anche chi non è stato espulso dal mercato del lavoro e può contare su di un ammortizzatore sociale rischia di vedere i suoi redditi scivolare verso il nulla. Per fare una stima di massima, utile se non altro a capire i valori in gioco, possiamo dire che se un lavoratore portasse a casa circa 1500 euro al mese, il 40% dei quali a nero, il valore del suo assegno mensile derivante dagli ammortizzatori sociali rischia di oscillare nella realtà tra i 300 e i 600 euro quando potrebbe arrivare, se il suo stipendio fosse stato pagato per intero secondo le regole, a raggiungere massimali superiori ai 900 euro. Davvero poca cosa per chi deve mantenere se stesso o magari addirittura una famiglia».-
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