A Treviso le aziende artigiane non trovano giovani operai

Migliaia di posizioni aperte per tecnici specializzati, ma tanti rifiutano il posto. Cna: «Il problema è l’appeal delle piccole imprese, gli stipendi sarebbero buoni. La pandemia ha spintola disoccupazione giovanile al 31,6% nella fascia 15-24 anni. Le storie di tre aziende della Marca

TREVISO. Nell’anno in cui la pandemia spinge la disoccupazione giovanile al 31,6% nella fascia d’età 15-24 anni, le imprese artigiane della provincia di Treviso lanciano l’allarme: «Non troviamo operai».
 
Il che non è un problema nuovo, ma stupisce che si ripresenti in un periodo storico in cui il posto di lavoro, per molti, è un miraggio. Stavolta si parla di idraulici, operai edili, tecnici della calzatura: figure introvabili, a sentire le aziende.
 
Eppure si tratta di settori in forte espansione, con il bonus del 110% a trascinare l’edilizia e le attività all’aria aperta che tengono a galla calzatura e sport system. «Il mondo dell’artigianato è una grandissima opportunità per i giovani del nostro territorio» afferma Mattia Panazzolo, direttore Cna territoriale di Treviso, «c’è la possibilità di imparare un mestiere che darà anche la possibilità, se uno se la sente, di mettersi in proprio, di creare un’impresa. Serve valorizzare di più le scuole professionali che negli ultimi decenni sono state svilite e considerate di serie B». 
 
L’obiezione è immediata: che contratti vengono proposti a questi giovani, se poi le aziende non riescono a trattenerli? «Il problema non è lo stipendio, anzi, l’edilizia per esempio ha retribuzioni tabellari di base superiori rispetto alla fabbrica» risponde Panazzolo, che di professione è consulente del lavoro. «Viene utilizzato spesso il contratto di apprendistato, che magari nei primi anni ha una retribuzione piuttosto bassa, ma poi finita la gavetta di diventa una figura molto ricercata, il lavoro non manca». Il problema, allora, quale potrebbe essere?
 
«Il nostro tessuto è fatto di una galassia di realtà medio piccole, e i giovani tendono a dare più valore all’azienda di cui hanno sentito pagare, si fidano di più dei grandi brand» continua Panazzolo, «questo tuttavia non è sempre saggio, le aziende piccole per quanto ho avuto modo di vedere sono meno esposte ad abusi contrattuali o situazioni “strane di altro genere”. Dobbiamo lavorare anche per ridare appeal a queste realtà». 
Il problema della carenza di manodopera diventa, a lungo andare, un problema per la sopravvivenza dell’azienda. «Il passaggio generazionale in molti casi non avviene più, i figli dei titolari vogliono fare altro» conclude il direttore di Cna, «senza personale in grado di portare avanti l’attività, tanti laboratori rischiano di chiudere definitivamente». 
 
La storia/1. Luca Frare, Idrotermica Frare
 
 
«Il problema non è di oggi anche se forse si è reso più evidente a seguito della pandemia. Non riusciamo a trovare giovani che abbiano voglia di imparare un mestiere o figure già formate. A ottobre, dopo una ricerca di sei anni, sono finalmente riuscito a trovare e assumere un ragazzo di vent’anni appena uscito da una scuola di idraulica: è stato un colpo di fortuna.
 
L’abbiamo inquadrato come apprendista ed è ora affiancato da un capo squadra che gli sta insegnando il mestiere; lui si impegna e mi pare soddisfatto, e io pure. Il nostro mercato sta andando bene, ho il sentore che ci sarà parecchio lavoro nei prossimi anni. Adesso stiamo cercando una figura con esperienza».
 
Luca Frare, 39 anni, ingegnere gestionale, è titolare della Idrotermica Frare di Fontanelle. E sta faticando non poco a trovare manodopera, nonostante - spiega - gli stipendi siano buoni, seppur più bassi per un neoassunto rispetto alla fabbrica. Insomma, per un giovane sarebbe un investimento a lungo termine. «Il nostro è un lavoro particolare, che richiede anche un certo impegno fisico» continua Frare. Però, se in molti casi i giovani preferiscono la fabbrica, non sarà colpa anche dell’azienda artigiana, che non riesce ad essere attrattiva? «Dobbiamo far percepire loro il valore del fatto che imparare un mestiere è diverso che essere una rotella intercambiabile di un ingranaggio.
 
E motivarli non solo trasmettendo la nostra passione ma anche incentivandoli sotto il profilo economico. Da noi, ad esempio, gli straordinari vengono pagati anche agli apprendisti, come è giusto che sia, ma so che non in tutte le realtà è così perché l’imprenditore considera che il ragazzo è “a scuola”, cosa che del resto è vera. Insomma, bisogna trovare il giusto compromesso». 
 
La storia/2. Lewis Cavarzan, Calzaturificio 4C
 
 
Nonostante la grande tradizione dello sport system e trevigiano e del distretto della scarpa, anche i calzaturificio faticano a trovare manodopera. La figura più ricercata? L’addetto alla “premonta”, un macchinario di precisione utilizzato per assemblare la punta delle scarpe.
 
«È un lavoro di precisione che richiede attenzione, esperienza, colpo d’occhio – racconta Lewis Cavarzan, titolare del Calzaturificio 4C di Montebelluna, “capitale” del distretto – facciamo fatica a trovare giovani disposti a imparare. Idem per l’applicazione della suola che viene fatta manualmente. Non sono lavori difficili e sono anche molto ben retribuiti perché sono tra i lavori più importanti nella lavorazione della scarpa. Ci vuole, questo sì, attenzione e precisione. I ragazzi provano e poi si ritirano perché, da quello che ho potuto capire, non sono disposti a prendere delle normali responsabilità».
 
Secondo Cavarzan c’è un disallineamento tra aspettative personali e quello che il mondo del lavoro può effettivamente offrire. «Sognano tutti magari di fare il magazziniere, lavoro d’ufficio o modellista, che sono sicuramente lavori di impegno, attenzione e studio, ma questi lavori in una ditta per quanti possono essere? Sono figure oltretutto per le quali c’è un turn-over minore. Credo che serva un cambio di mentalità e avere più coraggio.
 
Serve un aiuto alle famiglie e alle scuole nella rivalutazione dell’importanza del lavoro manuale, che non è meno dignitoso di quello “intellettuale”. E poi serve un aiuto alle aziende nei costi per inserire e specializzare il personale. È altrettanto vero che il lavoro manuale può essere più usurante e quindi c’è da riconsiderare l’età pensionabile». 
 
La storia/3. Pilotto della Tecnoimpianti
 
 
"Siamo strapieni e non riusciamo a starci dietro ma trovare personale è una fatica. Poi naturalmente bisognerà vedere se tutti i preventivi che abbiamo fatto andranno in porto. Intanto noi stiamo cercando due figure: un giovane e un manutentore idraulico» afferma Francesco Pilotto, titolare di Tecnoimpianti a San Zenone. «A noi serve manodopera qualificata, che abbia delle competenze tecniche, non solo manuali, perché gli impianti sono e saranno sempre più complessi. Non tutti i ragazzi che escono dai centri o dalle scuole professionali hanno le competenze minime per poter fare questo lavoro. L’ideale per noi sarebbe avere diplomati Itis che abbiano però voglia di fare lavori manuali. Ma chi è diventato perito ambisce a lavorare in ufficio, non in cantiere. Dobbiamo capire però che basta un tecnico per tre figure di cantiere, non viceversa».
 
Anche l’edilizia segnala lo stesso problema. «Non si trovano giovani, in particolare italiani, che cercano lavoro nel settore edile o manifatturiero» afferma Cristina Zanellato, co-titolare di C.E.M. Costruzioni Edili Montello. «L’idea che mi sono fatta è che il nostro mestiere sia ritenuto poco dignitoso e troppo faticoso. Eppure dà soddisfazione, è redditizio, a fronte, com’è normale, di sacrificio».
 
Cristian Bonetto, imprenditore edile di Montebelluna, titolare dell’omonima impresa edile, è sulla stessa linea: «Una ventina di giorni fa avevo assunto un giovane di 35 anni: ha lavorato da me un giorno e un’ora e poi si è licenziato perché il lavoro di cantiere era troppo faticoso. Ma a noi costa soldi assumere una persona che se ne va dopo un giorno di lavoro. Nel nostro settore è faticoso». —
a