La mano robotica del futuro nasce tra Padova e la Svizzera

“ProHand” nasce dalla collaborazione tra l’unità di Chirurgia plastica di Padova diretta dal professor Franco Bassetto, il professor Nicola Petrone del dipartimento di Ingegneria industriale sempre dell’ateneo patavino, il gruppo di ricerca dell’università di Scienze applicate della Svizzera occidentale 

PADOVA. Un progetto di ricerca internazionale, tra Padova e la Svizzera, per creare le protesi artificiali di braccia e mani del futuro. “ProHand” nasce dalla collaborazione tra l’unità di Chirurgia plastica di Padova diretta dal professor Franco Bassetto, il professor Nicola Petrone del dipartimento di Ingegneria industriale sempre dell’ateneo patavino, il gruppo di ricerca dell’università di Scienze applicate della Svizzera occidentale coordinato da Manfredo Atzori e dal professor Henning Müller, PlayCast Srl e Dynatec.
 
Il progetto, finanziato dalla fondazione svizzera Hasler, mira a superare alcuni dei limiti più importanti delle protesi mioelettriche (le protesi i cui movimenti sono controllati direttamente dagli impulsi nervosi del cervello) oggi disponibili, come l’adattabilità dell’utente e la difficoltà di controllo, per cui è allo studio l’impiego di tecnologie di stampa 3D, che consentono anche di contenere i costi.
 
Per espandere la gamma di movimenti eseguibili con le protesi, inoltre, il team sta lavorando a un sistema di motori elettrici distribuiti su ogni dito che ha già dato riscontri migliori rispetto allo stato dell’arte della ricerca ingegneristica. «Grazie al lavoro del nostro dipartimento – ha commentato il professor Petrone – abbiamo portato la robotica padovana a prestazioni significative con tecnologie e costi accessibili».
 
Ma l’efficacia di queste soluzioni dipende molto anche dal lavoro chirurgico che viene effettuato sull’arto: come spiega il professor Bassetto, «quando non è possibile il reimpianto dell’arto il chirurgo plastico deve prestare la massima attenzione. L’amputazione deve essere effettuata con metodologia che permetta il più possibile la conservazione dei gruppi muscolari per poter così creare il miglior cuscinetto possibile funzionale all’impianto protesico»